Erano
trascorse diverse settimane da quando Alice era sparita e Tarrant sembrava
essersi messo il cuore in pace.
Mirana e Nate stentavano a crederci, senza contare che, contro ogni pronostico,
quest'ultimo aveva stretto un legame definibile "amichevole" con il
Cappellaio. Una volta che la loro faida per la conquista del cuore di Alice era
finita − o, per meglio dire, non era mai esistita dal momento che Tarrant aveva
sempre goduto del massimo vantaggio sull'altro − il rapporto tra i due si era
disteso fino a trasformarsi in confidenziale.
Nate, ormai, aveva occhi solo per la bella Mirana, mentre il Cappellaio aveva
il cuore spezzato sebbene non volesse ammetterlo.
Viveva
giorno dopo giorno ostentando un'indifferenza che non provava, ma che era
fondamentale per sopravvivere e non lasciarsi sopraffare dal dolore che
minacciava d'incombere su di lui.
Era difficile pensare che Alice se ne fosse andata senza dirgli nemmeno una
parola, senza guardarlo negli occhi, dopo tutto ciò che avevano vissuto...Dopo
aver fatto l'amore.
I ricordi
di quella notte bollente giungevano spesso a scaldargli l'animo e le membra, ma
gli sembravano un ricordo lontano, quasi fosse stato un momento vissuto in
un'altra vita da qualcuno che non fosse lui.
Era
difficile, ma ce l'avrebbe fatta.
Lui ce la faceva sempre.
Non per niente era matto.
La sua follia era una fortezza che aveva costruito negli anni per fronteggiare
la sofferenza e le difficoltà della vita. Tarrant aveva scoperto che era più
semplice resistere a qualsiasi avversità con il sorriso sulle labbra e la
risata nel cuore. In ciò risiedeva la sua forza e il suo fascino.
Forza e fascino che, ahimè, a quanto pareva non erano bastati all'indomita
Alice.
Gli piaceva pensarla così: una guerriera selvaggia e impossibile da
addomesticare.
Non che avesse mai avuto l'intenzione di farlo. Si era innamorato di lei
proprio perché era libera e ribelle, diversa da chiunque altro, proprio come
lui.
Entrambi erano unici nella loro eterna follia.
Nate
giunse a distoglierlo dai suoi pensieri chiedendogli per la millesima volta:
«Ci sarai vero?»
Il
Cappellaio Matto alzò gli occhi al cielo e sbuffò. «Ancora una volta sì. Sì,
sì, un milione di volte sì!»
Ignorando
la sua aria seccata, Nate incrociò le braccia al petto e insistette: «E
prometti di essere puntuale? Non mi va di aspettare un'eternità.»
Nonostante
tutto Tarrant soffocò una risata e gli batté una pacca sulla spalla, pensando
che, dopotutto, Alice gli aveva lasciato un bel regalo: in Nate aveva trovato
un buon amico.
«Rilassati, andrà tutto bene.»
Nate parve
distendersi alle sue parole, cosicché il Cappellaio sfoderò un sorriso
beffardo. Era più forte di lui. «A meno che la Lepre Marzolina si metta a
lanciare stoviglie a destra e a manca, colpendo qualche invitato!» lo schernì.
Nate s'irrigidì nuovamente e Tarrant si allontanò ridendo sguaiatamente,
abbandonandolo al suo stato di panico.
Il suo
cuore poteva sanguinare quanto voleva, ma lui restava sempre il solito Tarrant.
***
«Quando mi
hai parlato di matrimonio pensavo ti riferissi al tuo!» si lamentò Helen stando
attenta a non calpestare un fiore intento a brontolare per la maleducazione
degli invitati.
Alice alzò
gli occhi a cielo e sorrise. «Ancora? L'avevo capito o non ti avrei
sventolato i sali per mezz'ora prima che ti riprendessi!»
«Stavo per
morire d'infarto.»
«Esagerata!»
«Allora?»
«Cosa?»
La madre
sbuffò spazientita. «A quando le tue nozze?»
Stavolta
fu Alice a sbuffare. Ciò malgrado avvampò. «É ancora presto! Però oggi lo
conoscerai, va bene?»
Helen fece
una smorfia. «Un altro pazzoide in famiglia. Proprio quello che ci voleva»
disse, ma lo fece con un sorriso divertito e guardandola sottecchi.
Alice rise
e scosse la testa, dopodiché ammirò la madre fasciata nel suo bel vestito color
taffettà comprato apposta per l'occasione. «Sei bellissima, mamma.»
«Grazie,
tesoro. E così questo è il tuo amato Paese delle Meraviglie?» domandò
guardandosi intorno.
La
fanciulla annuì, trattenendo a stento una risata. «Solo io lo chiamo così,
però. Io e...Tarrant. In realtà si chiama Sottomondo.»
Helen
incrociò i suoi occhi. «É chiaro che lo ami molto.»
Alice
sussultò, presa in contropiede. «Chi...Cosa?»
La madre
scoppiò a ridere. «Chi o cosa, giusto: questo è il dilemma. Il prode Cappellaio
Matto o il famoso Paese delle Meraviglie?»
Tornò a fissarla guardinga. «Entrambi direi.»
La
fanciulla distolse lo sguardo. «Lui...Lui è il mio Paese delle
Meraviglie. Senza il Cappellaio nulla di tutto ciò avrebbe valore» ammise per
la prima volta ad alta voce.
Helen capì
che la figlia era in imbarazzo, così cambiò argomento:«Anche tu stai molto bene
con quel vestito. Il turchese è il colore che ti dona maggiormente.» Sollevò
gli angoli della bocca e aggiunse: «D'altronde per un matrimonio reale occorre
una certa eleganza e noi Kingsley vantiamo un primato in ciò.»
«Ah non te
l'ho detto. Non sarà un vero e proprio matrimonio reale: Mirana rinuncerà alla
corona.»
«Sul
serio? E perché? Da quel che mi hai raccontato la monarchia ha sempre regnato
su Sottomondo.»
Alice si
strinse nelle spalle, lieta che la madre parlasse di Sottomondo come se fosse
qualcosa di normale. «Proprio per questo è giunto il momento di lasciare che a
governare sia la democrazia. A Sottomondo la follia regna sovrana e la
monarchia ha fatto fin troppi danni» disse ripensando ai tempi bui causati
dalla Regina Rossa.
Nonostante ciò le sarebbe mancata la Maledetta Capocciona.
In fondo. Molto in fondo.
«Inoltre
lo fa per Nate. Non è pronto a diventare re di una realtà che talvolta sfugge
alla sua comprensione. Se non fosse stato per l'amore di Mirana se ne sarebbe
andato da Sottomondo: non è il tipo» scherzò.
«Però è
bello che rimanga. Avrai sempre il tuo amico d'infanzia accanto» disse Helen.
Alice
annuì. «Infatti sono contenta.»
La madre
sorrise e si lisciò le pieghe del vestito. Poi assunse un'espressione pomposa.
«Anche se non sarà un matrimonio reale, Nate merita tutta la nostra eleganza.
Diciamo che l'abbiamo fatto per lui.»
La
fanciulla si morse il labbro. «Già. Per lui» mormorò.
***
Mirana si
sistemò il velo e si voltò verso Tarrant sorridendogli dolcemente. «Sei pronto,
mio buon amico?»
«Certo,
vostra...» Lei lo fulminò, così si corresse e concluse: «...Mirana.»
Lo prese a
braccetto e uscirono dal palazzo per dirigersi nell'ampio prato adibito alla
cerimonia, dove un gran numero di persone attendeva trepidante la sposa.
Quel giorno Mirana era più bella e raggiante che mai.
Aveva trovato l'amore, glielo si leggeva negli occhi e Tarrant la invidiava per
questo. Certo, era felice per lei ed era fiero di farle da testimone in virtù
della loro amicizia di lunga data, ma...Il Cappellaio sentiva che gli mancava
qualcosa per essere davvero felice quel giorno.
O meglio, qualcuno.
Mentre
raggiungevano l'altare, Tarrant sollevò lo sguardo da terra e la vide.
"Sogno o son desto?" pensò.
Bella come un mare in tempesta, splendente come il sole di luglio nel cielo
terso...Lei.
La sua Alice.
Mirana lo
toccò e fu allora che Tarrant si accorse di essersi fermato. Si era imbambolato
a fissarla a bocca aperta, mentre Nate − maledetto! − rideva sotto i baffi.
Ma certo! Alice era la sua testimone!
Dannato Nate, sapeva che sarebbe tornata, aveva organizzato tutto! E non gli
aveva detto nulla, limitandosi ad assillarlo affinché fosse puntuale!
Gliel'aveva fatta alle spalle!
«Il lieto
fine esiste, Tarrant. Anche per te» sussurrò Mirana prima di scoccargli un
tenero bacio sulla guancia e raggiungere lo sposo.
Ancora
scioccato dalle rivelazioni degli ultimi dieci secondi, Tarrant andò al proprio
posto, ovvero accanto all'altra testimone: Alice.
Rimasero seduti fianco a fianco per tutta la durata della celebrazione senza
mai guardarsi né sfiorarsi. Eppure entrambi avvertivano forte la vicinanza
dell'altro, quasi fossero avvinghiati.
Era come se tutto il resto del mondo fosse sparito e fossero rimasti loro due
soltanto.
Quando
Nate baciò la sposa, Alice non poté trattenersi dal commuoversi e, senza
pensarci, strinse la mano di Tarrant.
Lui non la levò.
Rimase immobile, quasi fosse fatto di granito, fino a quando la folla si
disperse nel prato.
Fu allora che si allontanò in silenzio.
Delusa e amareggiata, Alice lo fissò mentre Helen si avvicinava.
Dopo
qualche istante trascorso senza parlare, la madre disse: «É innamorato perso.»
La
fanciulla corrugò la fronte. «Dici?»
«Certo!
Non vedi com'è arrabbiato? Il risentimento nasce dall'amore più grande che ci
sia.»
«Che io ho
calpestato» mormorò afflitta.
Helen le
assestò una leggera spallata. Non era nel suo stile, ma la situazione lo
richiedeva.
«Vai e prenditelo» le sussurrò all'orecchio. «Io, intanto, vado a congratularmi
con Nate. Oh, Mirana è così bella!»
Alice
sorrise della madre e si apprestò a seguire il suo consiglio.
Peccato che non trovò Tarrant da nessuna parte. Sembrava essersi volatilizzato.
Che avesse abbandonato il palazzo per colpa sua?
«Sei
stupenda. Oggi più che mai» la sorprese alle spalle una voce vagamente
amareggiata.
La sua voce.
Emozionata
e sorpresa, Alice si voltò e non poté fare a meno di sorridere. «Cappellaio!»
Aveva gli
occhi bicolore cupi, tristi, sebbene gli angoli della bocca fossero rivolti
all'insù. «Ciao Alice.»
Calò un
silenzio imbarazzato, da cui lei cercò di trarsi in maniera impacciata. «Eccomi
qua.»
«Ti vedo.»
«Ho
impiegato un po' più del previsto a tornare, ma...Avevo degli affari da
sistemare, la compagnia da delegare e…»
Gli occhi
del Cappellaio ebbero un sussulto. Si avvicinò impercettibilmente. «É così? Sei
tornata davvero?»
«In...In
che senso?»
«Nel
senso...Non solo per Nate? Sei tornata in maniera definitiva?»
La
fanciulla si passò una mano tra i capelli, in difficoltà. «Beh sì...Se...Se tu
ancora mi vuoi...»
Tarrant
sospirò e scosse la testa, evidentemente frustrato. «Alice, Alice...Cosa devo
fare con te?»
Agganciò gli occhi ai suoi e la fulminò. «Ovvio che ti voglio, ti vorrò sempre,
ma...Ti sembra il modo di andartene? Senza un saluto o una parola?»
«Ti ho
lasciato un biglietto...»
A quel
punto il Cappellaio diede in escandescenza. «Il biglietto, certo! Il famoso
biglietto d'addio dopo una notte di passione in cui ci siamo promessi tutto ciò
che potevamo prometterci! E che dire della scelta delle parole? Hai ben poca
fantasia!»
Il suo
viso era paonazzo, allorché Alice gli posò una mano sul braccio nel tentativo
di acquietarlo. Sapeva di averlo ferito, sebbene non fosse sua intenzione.
Sospirò. «Era l'unico modo, Tarrant. Dovevo tornare a casa per
sistemare alcune faccende burocratiche e per parlare con mia madre. Avevo
bisogno di rivelarle tutto su Sottomondo, su di te, su di noi, ma soprattutto
sulla mia decisione di restare...»
«Ma perché
non dirmelo?» sbottò lui.
Alice
sbatté le lunghe ciglia e sorrise dolcemente. «Non mi avresti creduto e non mi
avresti lasciata andare. Avresti pensato che volessi abbandonarti un'altra
volta. Ho scelto la via più indolore. Vigliacca, ma indolore.» Gli fece una
piccola carezza sulla guancia. «Se ti avessi affrontato di persona avremmo
finito per discutere.»
Tarrant
alzò le spalle, ma adesso era un po' meno adirato. «Tanto discutiamo sempre.»
Alice si
lasciò sfuggire una risatina che gli entrò dentro. «Infatti abbiamo un sacco di
tempo per farlo.»
Il
Cappellaio si rilassò a quelle parole. «Quindi sei tornata?»
«Sì.»
«Per
restare?»
«Sì.»
«Per
sempre?»
«Sì.»
«Adesso ti
spogli?»
Alice
sgranò gli occhi e gli diede un piccolo schiaffo sul braccio. «Tarrant!»
Lui
scoppiò a ridere. «Non vale, hai risposto "sì" a tutte le altre
domande; perché a questa no? Sei ingiusta!»
Di fronte alle guance imporporate della fanciulla, si accostò al suo viso e
sorrise. «Non si fugge mai da un letto ancora sfatto. Dovremo recuperare.»
Alice alzò
gli occhi al cielo. «Sei davvero...» cominciò, ma fu messa a tacere dal bacio
con il quale lui soffocò la sua protesta sul nascere. Le mordicchiò il labbro
inferiore e accarezzò il suo palato con la punta della lingua, quando uno
schiarirsi di voce li interruppe sul più bello.
Si
staccarono e si voltarono, scoprendo Helen intenta a fissarli. Si fingeva
scocciata, ma era piuttosto divertita, oltreché incredibilmente felice per la
figlia.
«Tu devi essere Tarrant Altocilindro, altrimenti noto come Cappellaio Matto»
esordì in tono solenne.
Lui scoccò
un'occhiata ad Alice e domandò in un sussurro: «Dici che mi sono appena giocato
la possibilità di farle una buona impressione?»
Scoppiò a
ridere. «Te la sei giocata appena ha saputo della tua esistenza!»
Il
Cappellaio la fulminò e porse la mano a Helen, cercando di darsi un contegno.
Qualcosa gli diceva che, nonostante tutto, tra lui e quella donna così formale
sarebbe potuta nascere una bella amicizia.
Ma questa
è un'altra storia.
***
A sera
inoltrata, mentre Nate e Mirana, ebbri di vino e di felicità, si allontanavano
a bordo di una carrozza diretti verso la destinazione della propria luna di
miele, Alice giunse alle spalle di Tarrant e gli prese la mano.
Lui sorrise senza voltarsi, certo che si trattasse di lei.
«Cappellaio»
lo chiamò piano, in modo che soltanto lui potesse udirla.
«Mmm?»
«Perché un
corvo assomiglia a una scrivania?»
Tarrant
sorrise di più e sollevò le spalle con disinvoltura. «Non ne ho la più pallida
idea.»
Alice gli
strinse un po' più forte la mano. «Avremo molto tempo per capirlo. Insieme.»
Il
Cappellaio girò la testa verso di lei e la guardò negli occhi, cosicché la
fanciulla poté specchiarsi nel verde-arancione dei suoi.
«Sto pensando a una parola che inizia con la lettera A» soffiò sulle sue labbra
dischiuse.
Sorrise,
divertita dal gioco. «Alice?» tentò gongolante.
Tarrant
scosse la testa. «Ci sei andata vicina. Riprova.»
Lei
corrugò la fronte e si arrese subito, leggermente offesa.
Il
Cappellaio sorrise e la baciò sulle labbra.
«Amore» disse. «Sto pensando alla parola amore.»
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