Capitolo 8 - La partita

Iris

Stare al cospetto di un Dio creava sensazioni di disorientamento e inferiorità nei mortali, tuttavia, Iris non aveva provato niente di tutto ciò quando si era imbattuta per la prima volta in Ade, al La Rose. Certo, il Dio della morte era imponente e intimidatorio, ma non le aveva innescato lo stesso sentore di pericolo che avvertiva mentre Poseidone le stava davanti carezzandola con sguardo lascivo. Fortuna che c’era il bancone del Nevernight a separarli.
Si sentì mancare quando la chiamò per nome, alludendo al fatto che si aspettasse di trovarla al La Rose. Ciò significava che la stava cercando.
Ma perché?

«Sei bella come mi era stato promesso. Il che è tutto dire quando c’è di mezzo Afrodite.»

Sussultò. Afrodite l’aveva promessa a Poseidone? Cosa voleva dire?
…E dove diamine era finito Ade?

Iris interruppe i propri pensieri quando si sentì afferrare bruscamente per il polso.
«Avanti, bambolina. Vieni con me, non ho tempo da perdere.»

Lei non fece in tempo a protestare, dimenarsi e urlare perché d’un tratto Poseidone fece un salto indietro – apparendo molto buffo, data la sua mole – e si massaggiò la mano come se si fosse scottato. Mostrò una smorfia infastidita, poi la fulminò. «Cos’hai fatto, mortale?»

Corrugò la fronte. «Io? Non ho fatto niente» mormorò, frastornata da tutta la situazione.

Poseidone si avvicinò al bancone con fare minaccioso, tant’è che Iris temette che l’avrebbe scavalcato. «Non mentire.»

«Non sta mentendo, fratello» dichiarò la voce bassa e baritonale di Ade, comparso alle spalle del Dio del mare, che si voltò. «Lei non ha fatto niente.»

Se solo gliel’avessero detto pochi istanti prima, Iris non avrebbe mai creduto di poter essere tanto felice e sollevata di vederlo. Rilasciò un poco di tensione accumulata nelle spalle, specie quando il Dio della morte pronunciò la frase successiva senza battere ciglio.

«Perciò non azzardarti a toccarla.»


Ade

Poseidone lo squadrò come se fosse uno scarafaggio da schiacciare. I suoi occhi del colore del mare si agganciarono a quelli d’ossidiana del fratello maggiore, quasi a voler innescare un braccio di ferro fra sguardi.
Ade non si sarebbe lasciato intimidire facilmente, meno che mai nel proprio territorio. Poseidone era potente, certo, ma era soprattutto impulsivo. Lui, invece, preferiva giocare d’astuzia e di manipolazione, sebbene non avesse nulla da invidiargli in quanto a forza fisica.

«Ade.»

«Ben trovato, fratello. A cosa devo il dispiacere della tua presenza al Nevernight

Poseidone affilò lo sguardo. «Lo stesso dispiacere che ho provato io nello scoprire che la mortale a me destinata lavora nel tuo locale.»

Ade si accorse di un movimento repentino alle spalle del fratello: Iris si era agitata a quelle parole. Non comprendeva a cos’alludesse Poseidone e lui aveva sperato di risparmiarle quella scoperta.

Fu come se il Dio del mare gli avesse letto nella mente. Sollevò l’angolo della bocca in un sorriso furente. «Non mi dire» commentò guardandosi la mano che aveva sentito bruciare al contatto con il braccio di Iris. Si voltò di scatto verso di lei, che indietreggiò di un passo. Non fu abbastanza veloce, però, da impedirgli di afferrarla nuovamente.

«Ti ho detto di non toccarla» ringhiò Ade, rigido.

Poseidone lo ignorò. «Sei stato tu.» Ammiccò sfrontato verso la fanciulla. «Mio fratello ti ha marchiato prima che potessi farlo io» aggiunse alludendo al simbolo di Ade impresso sulla sua pelle, che stavolta si premurò di non sfiorare.

Di nuovo, Iris corrugò la fronte e cercò conferma negli occhi di Ade. Era chiaramente spaventata dal fatto di trovarsi al centro di uno scontro fra Divini, eppure sembrava riporre la propria fiducia nel Dio della morte. Almeno per il momento.
Ade annuì impercettibilmente. Vide balenare un’emozione nuova nelle iridi grige della ragazza, ma non ebbe il tempo di approfondirne la natura perché Poseidone proseguì imperterrito.

«Come se ciò bastasse a impedirmi di prendere ciò che mi spetta» ridacchiò dandole uno strattone.
Un istante dopo fu strappato via da lei e si ritrovò legato dalle ombre che Ade gli aveva scagliato addosso senza nemmeno muovere un muscolo. I suoi occhi neri, però, fiammeggiavano d’ira.
«Lasciami, Ade!»

«No.»

Poseidone si dimenò come un dannato. «Lasciami o saggerai la mia vendetta!»

«Uh che paura» cantilenò, concedendosi un sorrisino quando vide Iris sporgersi dal bancone per assistere all’umiliazione del Dio del mare.
Tornò a concentrarsi sul fratello, ormai livido di rabbia. Una volta che l’avesse liberato e cacciato dal Nevernight, non avrebbe potuto impedirgli di risalire a Iris per aggredirla e portarla nel suo regno. A meno che«Risolviamola alla vecchia maniera» propose in tono suadente.

Poseidone s’immobilizzò, punto nella curiosità. «Sarebbe a dire?»

Ade scoccò una rapida occhiata verso Iris, poi stiracchiò un sorriso ambiguo. «Giochiamocela a poker. 


Iris

Giochiamocela a poker.
Stavano davvero parlando di lei?
“Scherziamo?” pensò stizzita. Non disse nulla soltanto per evitare di peggiorare la situazione, perché poteva saggiare la potenza dei due Olimpi nell’aria. Però era furiosa e…Mortificata. Come si permettevano di considerarla una specie di premio da vincere, e perché oltretutto? Da dove nasceva quell’interesse nei suoi confronti? Era una semplice mortale come tante, avrebbero potuto avere letteralmente chiunque. C’erano donne che si sarebbero offerte volentieri per soddisfare i loro piaceri e ricevere trattamenti di favore in cambio.
Non lei.
Non perché si sentisse migliore, ma perché era diffidente. Sapeva che invischiarsi con gli Dei non portava mai a niente di buono, si finiva sempre per rimetterci qualcosa: la libertà, per esempio.
Il fatto che Ade l’avesse marchiata, però, cominciava ad assumere un significato che non si aspettava: possibile che avesse voluto accaparrarsela prima che potesse farlo a Poseidone? Stando alle parole di quest’ultimo, Afrodite doveva avergliela promessa…Come se Iris non possedesse il benché minimo arbitrio in tutto ciò.

Detestava le divinità: credevano di poter disporre dei mortali a proprio piacimento, incuranti dei loro sentimenti.
Come Ade in quel momento. Non era così stupida da non capire che avesse sfidato Poseidone a poker perché voleva evitarle di finire nelle sue grinfie; era risaputo che il Dio della morte non perdesse mai a poker – ci avevano provato in molti, mortali e immortali, tutti fallendo rovinosamente −, perciò Iris poteva considerarsi praticamente salva, ma…Non le andava giù di essere trattata alla stregua di una merce di scambio. Specie perché non aveva idea di cos’aspettarsi da lui, una volta che avesse vinto la partita.
Sempre che avesse vinto, pensò con una punta di angoscia.
Era tanto noto quanto Ade si destreggiasse nei giochi a carte, quanto Poseidone fosse vendicativo e tendesse a imbrogliare pur di vincere.

Iris osservò con disgusto il Dio del mare mentre veniva liberato dalle ombre di Ade: era sicuramente attraente, ma non poteva fare a meno di vederlo come un viscido e basta. Non gli avrebbe mai permesso di possederla. A lui né a nessun altro.
Guardò Ade, che le restituì un’occhiata tanto breve quanto penetrante. Forse voleva tranquillizzarla, ma con scarsi risultati. Iris aveva il cuore che le galoppava nel petto.

«Vieni» disse il Dio della morte porgendole la mano.

Esitò. Non ce la faceva ad accettare passivamente tutto ciò che le stava capitando. «Perché?» sbottò con voce flebile. Rivolse la sua attenzione a Poseidone, pur continuando a parlare con Ade. «Perché dovrei appartenere a qualcuno? Chi vi credete di essere?»

«Quello che siamo, bambolina» replicò il Dio del mare. «Divinità.»

Serrò i pugni. «Ciò non vi autorizza a disporre della mia vita come vi pare e piace!»

«Io credo di sì.» Poseidone fece un passo verso il bancone. «Credo anche che ti divertiresti molto con me.»

Iris avvampò di rabbia e imbarazzo. Il modo in cui il Dio della morte alludeva a ciò che voleva fare con lei la mortificò. «Sei uno schifoso…» cominciò.

A quel punto Ade si teletrasportò dietro al bancone, dove si trovava Iris, e l’afferrò delicatamente appena sopra i gomiti. «Vieni con me» mormorò, prima di scomparire con lei.


Ade

Iris profumava di rose e fresie. Una fragranza leggera, quasi invisibile. Bisognava starle molto vicino per sentirla davvero.
Ade quasi si perse in quel profumo e si riscosse soltanto quanto si accasciò fra le sue braccia. La sostenne senza fatica, rimettendola in piedi. «Stai bene?»

Batté le palpebre, gli occhi grigi leggermente disorientati. «Più o meno. Cos’hai fatto?»

«Ho teletrasportato entrambi nella sala privata in cui imbastisco partite di poker con gli ospiti speciali.»

«Consideri quel porco di tuo fratello un ospite speciale?» Si raddrizzò guardandosi intorno.

Alzò gli occhi al cielo e trattenne a stento un sorrisetto dinanzi alla sua sfrontatezza. Era ovvio che non si sentisse a disagio come con Poseidone, visto il modo in cui gli teneva testa. Per qualche motivò la cosa lo accese. «Ascoltami bene, ci resta poco tempo prima che lui arrivi.» Le prese il mento tra le dita per costringerla a guardarlo. «So che sei arrabbiata, ma devi fidarti di me.»

Inarcò la fronte, scettica. «Di te? Mi hai marchiata per…»

«…Per impedire a Poseidone di rivendicarti senza incontrare opposizioni» la interruppe in tono fermo. «Sapevo che Afrodite aveva intenzione di cederti a lui, ecco perché ti ha licenziata.»

Lo fissò inespressiva. Poi si adombrò. «Avresti potuto avvisarmi.»

«Ragazzina, ti conosco da due giorni. Non sono abituato a trarre in salvo tutte le mortali che finiscono nel mirino di mio fratello.»

Serrò le labbra, inquieta, le iridi grige emettevano scintille. «Insomma dovrei ringraziarti per aver fatto esattamente ciò che aveva intenzione di fare lui?»

«Cosa? No» ribatté, preso in contropiede.

«Tutto perché ho osato nominare la tua cara Persefone! Hai conciliato la vendetta con il piacere, marchiandomi nello stesso modo in cui avevi fatto con lei e strappandomi a Poseidone per il puro gusto di fargli un dispetto. Ma quanto siete volubili voi Dei?»

Era a dir poco stupito dalla sua reazione. D’accordo, non si aspettava gratitudine da parte di quell’insopportabile mortale – figurarsi! −, ma nemmeno una ramanzina in piena regola.
…Non che Iris avesse torto, in fondo. Ade lo sapeva ed era ciò che gli bruciava maggiormente.

Aprì la bocca per replicare, ma fu interrotto dall’arrivo di Poseidone che si teletrasportò accanto a loro. Il suo sguardo prometteva vendetta. «Volevi giocare, fratello? Allora giochiamo.»
Studiò il modo in cui teneva Iris fra le braccia e l’espressione imbronciata di lei. «Sembra avere un bel caratterino. Capisco perché ti abbia tolto dall’apatia in cui eri sprofondato dopo la partenza di Persefone. Mi fai quasi venire voglia di lasciartela.» Alzò le spalle con strafottenza. «Quasi.»

Con un ringhio, Ade allentò la presa su Iris. «Stai bene?» le chiese piano, seppur in tono distaccato.

Lei annuì. Il teletrasporto le aveva fatto girare la testa e tremare le gambe, ma adesso era in grado di reggersi in piedi da sola. A riprova di ciò, si scostò stizzita.

Il Dio della morte la lasciò fare, poi condusse Poseidone al tavolo da gioco. Il mazzo di carte era già pronto. «Ci occorrono testimoni» borbottò sedendosi e afferrando il mazzo.

Poseidone si accomodò di fronte a lui. «Abbiamo la ragazza» indicò divertito con un cenno del capo Iris, che si era seduta leggermente in disparte.

«L’oggetto della contesa non vale» proferì Ade, incurante della reazione furiosa di Iris alle sue parole. Senza nemmeno voltarsi a guardarla, aggiunse rivolto a lei: «Non provarci nemmeno. Resta dove sei.»
“Che se provi a scappare è peggio” aggiunse mentalmente.


Iris

 Iris trasalì all’ammonizione di Ade, perché l’aveva pronunciata nell’esatto istante in cui aveva preso in considerazione l’idea di fuggire mentre loro erano distratti.
Non disse nulla, limitandosi a obbedire. Sebbene fosse arrabbiata anche con lui, sentiva di potersi fidare. Quantomeno in quella specifica situazione.
Sbuffò e accavallò le gambe, allorché Ade pronunciò con voce sommessa dei nomi a lei estranei.

«Ilias, Antoni.»

Due figure maschili comparvero nell’elegante sala come se fossero state evocate.
«Ci ha convocati, mio signore?» chiese in tono ossequioso quello che sembrava a tutti gli effetti un mortale. Di bell’aspetto, ma pur sempre mortale.

«Sì, Ilias. Ho bisogno che tu e Antoni siate testimoni nella partita che sto per giocare contro mio fratello» rispose Ade pragmatico.

Studiandoli meglio, Iris si accorse che mentre Ilias appariva come un uomo elegante e di bell’aspetto, Antoni indossava una divisa da autista ed era…Un ciclope.
Inarcò la fronte incuriosita. Era la prima volta che ne vedeva uno.

Poseidone si abbandonò con la schiena nella poltrona, sbuffando. «Non è corretto che ti avvalga dei tuoi galoppini!»

Il Dio della morte lo fulminò. «Ti ricordo che sei nel mio territorio. Ma se preferisci possiamo chiamare Anfitrite ad assistere a questo bel siparietto di te che smani per ottenere una nuova amante mortale.»

Iris trasalì a quelle parole.

Poseidone, invece, avvampò di rabbia nel sentir menzionare la moglie a mo’ di minaccia. «Dai le carte» ringhio.

 

Con un sorrisetto sardonico, Ade acconsentì e la partita ebbe inizio.

Mentre le due divinità giocavano a carte come se stessero combattendo un duello, Ilias e Antoni rimasero immobili a osservarli con scrupolo, in silenzio.
Nella stanza si udiva solo il rumore delle carte.

Dal canto suo Iris non sapeva giocare a poker e non aveva idea di come funzionasse, ma a ogni nuovo passaggio di carte la tensione in lei cresceva. Sperava solo che il fatto che la carnagione di Poseidone stesse attraversando tutte le gradazioni di rosso fosse di buon auspicio e significasse che stesse perdendo.
A giudicare dall’espressione rilassata di Ade doveva essere per forza così.

Dopo un tempo che parve infinito, Ade aprì a ventaglio sul tavolo cinque carte che rappresentavano una Scala Reale e sorrise.
Poseidone, invece, emise un ringhio strozzato e con un gesto di rabbia scagliò via tutte le carte dal tavolo e scattò in piedi.

Ade aveva vinto la partita.

Aveva vinto lei.



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