Iris
Stare
al cospetto di un Dio creava sensazioni di disorientamento e inferiorità nei
mortali, tuttavia, Iris non aveva provato niente di tutto ciò quando si era
imbattuta per la prima volta in Ade, al La Rose. Certo, il Dio della
morte era imponente e intimidatorio, ma non le aveva innescato lo stesso
sentore di pericolo che avvertiva mentre Poseidone le stava davanti carezzandola
con sguardo lascivo. Fortuna che c’era il bancone del Nevernight a
separarli.
Si
sentì mancare quando la chiamò per nome, alludendo al fatto che si aspettasse
di trovarla al La Rose. Ciò significava che la stava cercando.
Ma
perché?
«Sei bella come mi era stato promesso. Il che è tutto dire quando c’è di mezzo Afrodite.»
Sussultò.
Afrodite l’aveva promessa a Poseidone? Cosa voleva dire?
…E dove
diamine era finito Ade?
Iris
interruppe i propri pensieri quando si sentì afferrare bruscamente per il
polso.
«Avanti,
bambolina. Vieni con me, non ho tempo da perdere.»
Lei non fece in tempo a protestare, dimenarsi e urlare perché d’un tratto Poseidone fece un salto indietro – apparendo molto buffo, data la sua mole – e si massaggiò la mano come se si fosse scottato. Mostrò una smorfia infastidita, poi la fulminò. «Cos’hai fatto, mortale?»
Corrugò la fronte. «Io? Non ho fatto niente» mormorò, frastornata da tutta la situazione.
Poseidone si avvicinò al bancone con fare minaccioso, tant’è che Iris temette che l’avrebbe scavalcato. «Non mentire.»
«Non sta mentendo, fratello» dichiarò la voce bassa e baritonale di Ade, comparso alle spalle del Dio del mare, che si voltò. «Lei non ha fatto niente.»
Se solo gliel’avessero detto pochi istanti prima, Iris non avrebbe mai creduto di poter essere tanto felice e sollevata di vederlo. Rilasciò un poco di tensione accumulata nelle spalle, specie quando il Dio della morte pronunciò la frase successiva senza battere ciglio.
«Perciò non azzardarti a toccarla.»
Ade
Poseidone
lo squadrò come se fosse uno scarafaggio da schiacciare. I suoi occhi del
colore del mare si agganciarono a quelli d’ossidiana del fratello maggiore,
quasi a voler innescare un braccio di ferro fra sguardi.
Ade non
si sarebbe lasciato intimidire facilmente, meno che mai nel proprio territorio.
Poseidone era potente, certo, ma era soprattutto impulsivo. Lui, invece,
preferiva giocare d’astuzia e di manipolazione, sebbene non avesse nulla da
invidiargli in quanto a forza fisica.
«Ade.»
«Ben trovato, fratello. A cosa devo il dispiacere della tua presenza al Nevernight?»
Poseidone affilò lo sguardo. «Lo stesso dispiacere che ho provato io nello scoprire che la mortale a me destinata lavora nel tuo locale.»
Ade si accorse di un movimento repentino alle spalle del fratello: Iris si era agitata a quelle parole. Non comprendeva a cos’alludesse Poseidone e lui aveva sperato di risparmiarle quella scoperta.
Fu come se il Dio del mare gli avesse letto nella mente. Sollevò l’angolo della bocca in un sorriso furente. «Non mi dire» commentò guardandosi la mano che aveva sentito bruciare al contatto con il braccio di Iris. Si voltò di scatto verso di lei, che indietreggiò di un passo. Non fu abbastanza veloce, però, da impedirgli di afferrarla nuovamente.
«Ti ho detto di non toccarla» ringhiò Ade, rigido.
Poseidone lo ignorò. «Sei stato tu.» Ammiccò sfrontato verso la fanciulla. «Mio fratello ti ha marchiato prima che potessi farlo io» aggiunse alludendo al simbolo di Ade impresso sulla sua pelle, che stavolta si premurò di non sfiorare.
Di
nuovo, Iris corrugò la fronte e cercò conferma negli occhi di Ade. Era chiaramente
spaventata dal fatto di trovarsi al centro di uno scontro fra Divini, eppure
sembrava riporre la propria fiducia nel Dio della morte. Almeno per il momento.
Ade
annuì impercettibilmente. Vide balenare un’emozione nuova nelle iridi grige
della ragazza, ma non ebbe il tempo di approfondirne la natura perché Poseidone
proseguì imperterrito.
«Come
se ciò bastasse a impedirmi di prendere ciò che mi spetta» ridacchiò dandole
uno strattone.
Un
istante dopo fu strappato via da lei e si ritrovò legato dalle ombre che Ade
gli aveva scagliato addosso senza nemmeno muovere un muscolo. I suoi occhi
neri, però, fiammeggiavano d’ira.
«Lasciami,
Ade!»
«No.»
Poseidone si dimenò come un dannato. «Lasciami o saggerai la mia vendetta!»
«Uh che
paura» cantilenò, concedendosi un sorrisino quando vide Iris sporgersi dal
bancone per assistere all’umiliazione del Dio del mare.
Tornò a
concentrarsi sul fratello, ormai livido di rabbia. Una volta che l’avesse
liberato e cacciato dal Nevernight, non avrebbe potuto impedirgli di
risalire a Iris per aggredirla e portarla nel suo regno. A meno che«Risolviamola
alla vecchia maniera» propose in tono suadente.
Poseidone s’immobilizzò, punto nella curiosità. «Sarebbe a dire?»
Ade scoccò una rapida occhiata verso Iris, poi stiracchiò un sorriso ambiguo. «Giochiamocela a poker.
Iris
Giochiamocela
a poker.
Stavano
davvero parlando di lei?
“Scherziamo?”
pensò stizzita. Non disse nulla soltanto per evitare di peggiorare la
situazione, perché poteva saggiare la potenza dei due Olimpi nell’aria. Però
era furiosa e…Mortificata. Come si permettevano di considerarla una specie di
premio da vincere, e perché oltretutto? Da dove nasceva quell’interesse
nei suoi confronti? Era una semplice mortale come tante, avrebbero potuto avere
letteralmente chiunque. C’erano donne che si sarebbero offerte volentieri per
soddisfare i loro piaceri e ricevere trattamenti di favore in cambio.
Non
lei.
Non
perché si sentisse migliore, ma perché era diffidente. Sapeva che invischiarsi
con gli Dei non portava mai a niente di buono, si finiva sempre per rimetterci
qualcosa: la libertà, per esempio.
Il
fatto che Ade l’avesse marchiata, però, cominciava ad assumere un significato
che non si aspettava: possibile che avesse voluto accaparrarsela prima che
potesse farlo a Poseidone? Stando alle parole di quest’ultimo, Afrodite doveva
avergliela promessa…Come se Iris non possedesse il benché minimo arbitrio in
tutto ciò.
Detestava
le divinità: credevano di poter disporre dei mortali a proprio piacimento,
incuranti dei loro sentimenti.
Come
Ade in quel momento. Non era così stupida da non capire che avesse sfidato
Poseidone a poker perché voleva evitarle di finire nelle sue grinfie; era
risaputo che il Dio della morte non perdesse mai a poker – ci avevano provato
in molti, mortali e immortali, tutti fallendo rovinosamente −, perciò Iris
poteva considerarsi praticamente salva, ma…Non le andava giù di essere trattata
alla stregua di una merce di scambio. Specie perché non aveva idea di
cos’aspettarsi da lui, una volta che avesse vinto la partita.
Sempre
che avesse vinto,
pensò con una punta di angoscia.
Era
tanto noto quanto Ade si destreggiasse nei giochi a carte, quanto Poseidone
fosse vendicativo e tendesse a imbrogliare pur di vincere.
Iris
osservò con disgusto il Dio del mare mentre veniva liberato dalle ombre di Ade:
era sicuramente attraente, ma non poteva fare a meno di vederlo come un viscido
e basta. Non gli avrebbe mai permesso di possederla. A lui né a nessun altro.
Guardò
Ade, che le restituì un’occhiata tanto breve quanto penetrante. Forse voleva
tranquillizzarla, ma con scarsi risultati. Iris aveva il cuore che le galoppava
nel petto.
«Vieni»
disse il Dio della morte porgendole la mano.
Esitò. Non ce la faceva ad accettare passivamente tutto ciò che le stava capitando. «Perché?» sbottò con voce flebile. Rivolse la sua attenzione a Poseidone, pur continuando a parlare con Ade. «Perché dovrei appartenere a qualcuno? Chi vi credete di essere?»
«Quello che siamo, bambolina» replicò il Dio del mare. «Divinità.»
Serrò i pugni. «Ciò non vi autorizza a disporre della mia vita come vi pare e piace!»
«Io credo di sì.» Poseidone fece un passo verso il bancone. «Credo anche che ti divertiresti molto con me.»
Iris avvampò di rabbia e imbarazzo. Il modo in cui il Dio della morte alludeva a ciò che voleva fare con lei la mortificò. «Sei uno schifoso…» cominciò.
A quel punto Ade si teletrasportò dietro al bancone, dove si trovava Iris, e l’afferrò delicatamente appena sopra i gomiti. «Vieni con me» mormorò, prima di scomparire con lei.
Ade
Iris
profumava di rose e fresie. Una fragranza leggera, quasi invisibile. Bisognava
starle molto vicino per sentirla davvero.
Ade
quasi si perse in quel profumo e si riscosse soltanto quanto si accasciò fra le
sue braccia. La sostenne senza fatica, rimettendola in piedi. «Stai bene?»
Batté le palpebre, gli occhi grigi leggermente disorientati. «Più o meno. Cos’hai fatto?»
«Ho teletrasportato entrambi nella sala privata in cui imbastisco partite di poker con gli ospiti speciali.»
«Consideri quel porco di tuo fratello un ospite speciale?» Si raddrizzò guardandosi intorno.
Alzò gli occhi al cielo e trattenne a stento un sorrisetto dinanzi alla sua sfrontatezza. Era ovvio che non si sentisse a disagio come con Poseidone, visto il modo in cui gli teneva testa. Per qualche motivò la cosa lo accese. «Ascoltami bene, ci resta poco tempo prima che lui arrivi.» Le prese il mento tra le dita per costringerla a guardarlo. «So che sei arrabbiata, ma devi fidarti di me.»
Inarcò la fronte, scettica. «Di te? Mi hai marchiata per…»
«…Per impedire a Poseidone di rivendicarti senza incontrare opposizioni» la interruppe in tono fermo. «Sapevo che Afrodite aveva intenzione di cederti a lui, ecco perché ti ha licenziata.»
Lo fissò inespressiva. Poi si adombrò. «Avresti potuto avvisarmi.»
«Ragazzina, ti conosco da due giorni. Non sono abituato a trarre in salvo tutte le mortali che finiscono nel mirino di mio fratello.»
Serrò le labbra, inquieta, le iridi grige emettevano scintille. «Insomma dovrei ringraziarti per aver fatto esattamente ciò che aveva intenzione di fare lui?»
«Cosa? No» ribatté, preso in contropiede.
«Tutto perché ho osato nominare la tua cara Persefone! Hai conciliato la vendetta con il piacere, marchiandomi nello stesso modo in cui avevi fatto con lei e strappandomi a Poseidone per il puro gusto di fargli un dispetto. Ma quanto siete volubili voi Dei?»
Era a
dir poco stupito dalla sua reazione. D’accordo, non si aspettava gratitudine da
parte di quell’insopportabile mortale – figurarsi! −, ma nemmeno una ramanzina
in piena regola.
…Non
che Iris avesse torto, in fondo. Ade lo sapeva ed era ciò che gli bruciava
maggiormente.
Aprì la
bocca per replicare, ma fu interrotto dall’arrivo di Poseidone che si
teletrasportò accanto a loro. Il suo sguardo prometteva vendetta. «Volevi
giocare, fratello? Allora giochiamo.»
Studiò
il modo in cui teneva Iris fra le braccia e l’espressione imbronciata di lei.
«Sembra avere un bel caratterino. Capisco perché ti abbia tolto dall’apatia in
cui eri sprofondato dopo la partenza di Persefone. Mi fai quasi venire voglia
di lasciartela.» Alzò le spalle con strafottenza. «Quasi.»
Con un ringhio, Ade allentò la presa su Iris. «Stai bene?» le chiese piano, seppur in tono distaccato.
Lei annuì. Il teletrasporto le aveva fatto girare la testa e tremare le gambe, ma adesso era in grado di reggersi in piedi da sola. A riprova di ciò, si scostò stizzita.
Il Dio della morte la lasciò fare, poi condusse Poseidone al tavolo da gioco. Il mazzo di carte era già pronto. «Ci occorrono testimoni» borbottò sedendosi e afferrando il mazzo.
Poseidone si accomodò di fronte a lui. «Abbiamo la ragazza» indicò divertito con un cenno del capo Iris, che si era seduta leggermente in disparte.
«L’oggetto
della contesa non vale» proferì Ade, incurante della reazione furiosa di Iris
alle sue parole. Senza nemmeno voltarsi a guardarla, aggiunse rivolto a lei:
«Non provarci nemmeno. Resta dove sei.»
“Che se
provi a scappare è peggio” aggiunse mentalmente.
Iris
Iris
trasalì all’ammonizione di Ade, perché l’aveva pronunciata nell’esatto istante
in cui aveva preso in considerazione l’idea di fuggire mentre loro erano
distratti.
Non
disse nulla, limitandosi a obbedire. Sebbene fosse arrabbiata anche con lui,
sentiva di potersi fidare. Quantomeno in quella specifica situazione.
Sbuffò
e accavallò le gambe, allorché Ade pronunciò con voce sommessa dei nomi a lei
estranei.
«Ilias, Antoni.»
Due
figure maschili comparvero nell’elegante sala come se fossero state evocate.
«Ci ha
convocati, mio signore?» chiese in tono ossequioso quello che sembrava a tutti
gli effetti un mortale. Di bell’aspetto, ma pur sempre mortale.
«Sì, Ilias. Ho bisogno che tu e Antoni siate testimoni nella partita che sto per giocare contro mio fratello» rispose Ade pragmatico.
Studiandoli
meglio, Iris si accorse che mentre Ilias appariva come un uomo elegante e di
bell’aspetto, Antoni indossava una divisa da autista ed era…Un ciclope.
Inarcò
la fronte incuriosita. Era la prima volta che ne vedeva uno.
Poseidone si abbandonò con la schiena nella poltrona, sbuffando. «Non è corretto che ti avvalga dei tuoi galoppini!»
Il Dio della morte lo fulminò. «Ti ricordo che sei nel mio territorio. Ma se preferisci possiamo chiamare Anfitrite ad assistere a questo bel siparietto di te che smani per ottenere una nuova amante mortale.»
Iris trasalì a quelle parole.
Poseidone, invece, avvampò di rabbia nel sentir menzionare la moglie a mo’ di minaccia. «Dai le carte» ringhio.
Con un
sorrisetto sardonico, Ade acconsentì e la partita ebbe inizio.
Mentre le
due divinità giocavano a carte come se stessero combattendo un duello, Ilias e
Antoni rimasero immobili a osservarli con scrupolo, in silenzio.
Nella
stanza si udiva solo il rumore delle carte.
Dal
canto suo Iris non sapeva giocare a poker e non aveva idea di come funzionasse,
ma a ogni nuovo passaggio di carte la tensione in lei cresceva. Sperava solo
che il fatto che la carnagione di Poseidone stesse attraversando tutte le
gradazioni di rosso fosse di buon auspicio e significasse che stesse perdendo.
A
giudicare dall’espressione rilassata di Ade doveva essere per forza così.
Dopo un
tempo che parve infinito, Ade aprì a ventaglio sul tavolo cinque carte che
rappresentavano una Scala Reale e sorrise.
Poseidone,
invece, emise un ringhio strozzato e con un gesto di rabbia scagliò via tutte
le carte dal tavolo e scattò in piedi.
Ade
aveva vinto la partita.
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