Capitolo 22 - La vendetta della tigre

Laura corre più veloce di quando l’abito, ormai sporco e logoro, le consenta.
Corre fino a rimanere senza fiato, con i polmoni in fiamme.
Corre nonostante la vista offuscata dalle lacrime e i capelli sfuggiti all’acconciatura che le frustano il viso.
Corre più veloce di quanto abbia mai fatto in vita sua.
Soprattutto, per la prima volta, corre lontano da Sandokan.

Incespica nella fitta vegetazione della foresta di Labuan, ma non accenna a fermarsi. Il dolore che prova non glielo permette.
Si sente tradita. Umiliata. E la cosa peggiore è che in fondo sapeva che il sentimento fra lei e Sandokan non poteva essere nato per caso. Non dopo che lui si era presentato con lo specifico scopo di portarla via.
Dio, perché era così ingenua?
Per quanto le seccasse ammetterlo, suo padre aveva ragione a considerarla tale. E aveva avuto ragione su Sandokan: “Come puoi pensare che il mio nemico giurato provi qualcosa per te? Lui sa benissimo chi sei! Sospetto che questa farsa di relazione rientri in un piano più grande!
Gliel’aveva detto, ma lei non aveva voluto ascoltare. Aveva preferito godersi i benefici di quel primo amore che l’aveva travolta inesorabilmente: le scappatelle, i baci nascosti, gli abbracci segreti…

Scuote la testa per scacciare i ricordi. Era stato tutto falso, quantomeno per lui.
È stato tutto orchestrato…Volevo vendicarmi…Ho sempre voluto vendicarmi di tuo padre…Perché quattro anni fa ha ucciso Marianna…L’amore della mia vita…
L’amore della mia vita…
L’amore della mia vita…
L’amore della mia vita…

Laura inciampa in una radice e cade rovinosamente a terra. Si stringe le braccia intorno al corpo e piange. Non perché si sia fatta troppo male, ma perché il dolore che prova dentro è insopportabile.
L’amore della mia vita…

Le lacrime scendono a fiotti lungo le sue guance sporche, il petto fa talmente male che le sembra di non riuscire a respirare.
E io, allora? Cosa sono io per te?
Si mette a sedere e si scosta i capelli dalla faccia umida. Inspira a fondo, nel tentativo di ritrovare una parvenza di calma, ma non ci riesce. Come potrebbe? Sandokan l’ha sedotta soltanto per vendicarsi di colui che quattro anni prima aveva ucciso la donna che amava.

Suo padre le ha nascosto di essere stato l’involontario, certo, ma pur sempre assassino di Marianna Guillonk e, di conseguenza, di temere la vendetta di Sandokan proprio per quel motivo.
Sua madre l’ha abbandonata dopo che la sua beniamina fu uccisa dal marito, incapace di accontentarsi di lei, Laura, che era sua figlia.
A conti fatti l’unico che non le ha mentito fin dall’inizio è stato James Brooke, che aveva mostrato un genuino interesse nei suoi confronti ben prima di scoprire la sua relazione con Sandokan. Ciò non cancellava il comportamento che aveva assunto in seguito, specie perché anche lui era a conoscenza del passato tra Lord Edward e Sandokan e non le aveva detto niente. Peggio, in occasione della cena in cui si erano conosciuti le aveva detto che non era da meno di Marianna: “É come se quest'isola fosse infestata dal suo fantasma, ma non è qualcosa che vi riguarda. Non dovete dimostrare di essere alla sua altezza, Milady: voi siete voi e siete unica nel vostro genere”.
Beh, su questo James aveva mentito: la riguarda eccome. Anzi, sembra che tutto ciò che ha a che fare con la ormai defunta Marianna Guillonk la riguardi. È una specie di maledizione.
È come se Laura non potesse essere all’altezza di ciò che Marianna aveva rappresentato per tutti.
Lei non sarebbe mai stata abbastanza.

D’un tratto percepisce un fruscio che la fa voltare di scatto. Khali spunta dalla vegetazione a passo felpato, inchiodandola con i grandi occhi dorati.
«Sei tu» mormora.
La tigre si avvicina e si siede di fronte a lei.
«Sapevi tutto, non è vero?»
Il felino emette un verso soffocato, simile a fusa sommesse.
«È inutile che fai finta di niente. Stai sempre dalla sua parte.»
Khali si alza e, per la prima volta, le si struscia addosso com’è solita fare con Sandokan. Se Laura non fosse già accasciata a terra, cadrebbe sotto il peso dell’animale.
Solleva timidamente le mani e sfiora la folta pelliccia della fiera. «So che gli vuoi bene…Si è preso cura di te dopo che sei rimasta senza la tua mamma, vero?»
La tigre si sdraia, lasciandosi accarezzare come un gatto.
A Laura sfugge un sorriso. «Sei una ruffiana. Ma ti capisco.» Sospira. «È bravo a insinuarsi nel cuore di noi donne.»

«Abbastanza da convincerti ad ascoltarmi?»

Laura gira la testa e scorge Sandokan a pochi passi da lei. S’irrigidisce e si rialza subito. «Vattene!»

«No!» Con uno scatto fulmineo le è addosso e l’afferra per i gomiti affinché non scappi. «È vero, è cominciato tutto perché volevo vendicarmi di tuo padre, ma…»

«Non osare ritrattare!» lo interrompe.

«Non intendo ritrattare! Dico solo che…Che tu…Che io…»

Uno sparo squarcia la quiete della foresta, facendoli sobbalzare.
Khali scatta in piedi e ringhia minacciosa, fissando un punto della vegetazione.
D’istinto Laura si avvicina a Sandokan, spaventata. Poi si rende conto del proprio gesto e fa per ritrarsi con stizza, ma Sandokan non glielo permette. La trattiene dolcemente a sé prendendole il viso tra le mani e carezzandole le guance con i pollici. «Vieni con me. Se resti a Labuan non sarai mai libera.»

Laura sbatte le palpebre, perplessa.

«Non sei fatta per adattarti alle rigide convenzioni sociali imposte dal tuo titolo nobiliare, l’ho capito la prima volta in cui ti ho vista su quella scogliera» insiste Sandokan accostando il viso al suo. «Sai che ho ragione. Sei più te stessa con me e in questa foresta di quanto potresti mai essere nei salotti che tuo padre ti costringerà a frequentare se rimarrai qui.»

Increspa le labbra, incerta e combattuta, ma Sandokan soffoca qualsivoglia protesta coprendole con le sue in un bacio che sa di passione e rimorso. «Non puoi sposare Brooke» mormora tra un bacio e l’altro. «Non lo permetterò.»

Laura è talmente stordita dai baci e dalle parole del pirata da sobbalzare quando Khali ruggisce furiosa, rizzando i peli sulla nuca.
Sandokan estrae la sua sciabola la punta verso la foresta. «Dobbiamo andarcene» mormora teso.

«Io non…» Fa un passo indietro.

Si volta a guardarla. «Laura…»

«Come posso fidarmi di te?»
Fa a malapena in tempo a cogliere la nota di dolore racchiusa nei suoi occhi color carbone, che un altro sparo − stavolta troppo vicino − li interrompe e Sandokan cade sulle ginocchia con gemito strozzato.

Si porta una mano al fianco. «Merda» sibila.

Laura strabuzza gli occhi e si slancia verso di lui. «Sandokan, cosa…» Vede il sangue e impallidisce.

Sandokan solleva il viso verso la tigre e sussurra qualcosa prima che il felino corra via, dopodiché dalla vegetazione emerge James con un’espressione di trionfo sul viso. «Sì! Finalmente!»
Senza tante cerimonie, punta la pistola contro la schiena di Sandokan e si accinge a sparare.

«No!» Laura si frappone abbracciando il pirata da dietro in modo da coprirlo con il proprio corpo.

Il Capitano Brooke fa una smorfia stizzita. «Milady. Spostatevi.»

«No.»

«Fra poco gli uomini di vostro padre saranno qui. Morirà comunque.»

«Al diavolo, Brooke» mormora Sandokan rimettendosi in piedi a fatica. La mano che preme sul fianco è rossa di sangue.

Laura rimane saldamente ancorata a lui, senza distogliere gli occhi terrorizzati da James. Il cuore le va a mille. «Lord Brooke…Vi prego» sussurra.

«Cosa, Lady Laura? Datemi una buona ragione per lasciarlo in vita dopo il modo in cui vi ha usata.»

Ignora a stento la stilettata di dolore al petto scaturita da quell’accusa e inspira a fondo. «Non sono affari vostri.»

«Invece sì, perché vi voglio! E vi avrò, statene certa.»

Sandokan, alle spalle di Laura, le passa un braccio intorno alla vita forse per ancorarsi a lei o forse per indispettire James. «Non è un oggetto» ansima.

Lui affila lo sguardo. «Non è nemmeno fatta per vivere tra il mare e la giungla con un bandito, proprio come non lo era Marianna.» Torna a guardare Laura. «Vi condurrà verso la stessa brutta fine.»

Nonostante le lacrime che quelle parole le fanno affiorare, Laura non accenna a spostarsi. Non potrebbe nemmeno volendo.

James solleva nuovamente la pistola. «Aspetterò che si dissangui, allora. E appena arriveranno gli uomini di vostro padre vi riporteranno a casa cosicché io possa finire…»

Quel che segue è un’accozzaglia confusa di grida, ringhi e spari.
Il Capitano Brooke viene sorpreso da Khali alle spalle, cosicché fa partire un colpo di pistola che, per fortuna, esplode a vuoto. Subito dopo irrompono nella radura Yanez ed Emilio; mentre il primo si occupa di disarmare James, il secondo aiuta Laura a condurre Sandokan lontano da lì.

«Come avete fatto a individuarci?» chiede lei ansimando sotto il peso del pirata ferito.

«Khali» risponde Emilio.

«L’ho mandata io…Nel caso in cui…Ci fossimo trovati in minoranza…» farfuglia Sandokan.

Laura abbassa lo sguardo sulla sua ferita. Sta sanguinando molto. «Ci serve un medico.»

«Non possiamo…»

«Non te lo sto chiedendo.»

Gli occhi di Sandokan lampeggiano, nonostante tutto. «Non ho intenzione di farmi arrestare per colpa di un graffio.»

«Preferisci morire dissanguato?»

«Non morirò, piccola volpe. È meno grave di quel che sembra.»

«Sei un guaritore miracoloso oltreché un bugiardo?» sbotta.

«Sul serio avete intenzione di litigare adesso?» interviene Yanez sorprendendoli alle spalle. Osserva la ferita di Sandokan. «La ragazza ha ragione, fratellino. Ti serve un dottore.»

Sandokan sbuffa, sebbene sia pallido e sudato. «Sono sopravvissuto a ben peggio.»

Il Portoghese e Laura alzano gli occhi al cielo.

«Portatelo sul praho. Io, nel frattempo, cerco un dottore che venga a curarlo» interviene Emilio nel tentativo di sedare gli animi. «Che ne dici, Capitano?»

«D’accordo.» Si rivolge a Laura. «Tu…»

«Resto con te. Per ora.» Scrolla i lunghi capelli, cercando di darsi un tono. «Finché non guarisci.»

Sandokan soffoca un sorrisetto sardonico. «Grazie, piccola volpe.» La sfiora la guancia con il dorso delle dita, ma lei si scosta.

«Tieni premuto sulla ferita» lo ammonisce tesa. Poi si volta verso Yanez. «È distante il praho?»

Lui scuote la testa e le spiega dove hanno nascosto la barca per raggiungerlo. «Ci siamo quasi.»

«Che ne hai fatto di James?»

«L’ho lasciato a Khali» ribatte serafico. «Dopo che l’ho disarmato l’ha messo in fuga…Giocando al gatto e al topo.»

Laura strabuzza gli occhi, orripilata.

«Doveva pur vendicare la mamma che quel farabutto le ha ucciso, no?»

A Sandokan sfugge una risatina flebile. «La vendetta della tigre.»

Lei decide di ignorare l’infelice gioco di parole, data la situazione.

A fatica raggiungono la piccola lancia con il quale raggiungono il praho, più distante rispetto a dov’era nascosto in precedenza, come da ordine del Capitano.
Yanez s’issa Sandokan sulla schiena e lo conduce a bordo, dove i membri dell’equipaggio accolgono con sgomento la loro Tigre ferita. Per non parlare delle occhiate sorprese – anche un po’ ammirate – che rivolgono a Laura.

«La ragazza è con me» borbotta Sandokan, allorché l’intera ciurma distoglie lo sguardo e torna a concentrarsi su di lui.
Alcuni uomini aiutano Yanez a sollevarlo per portarlo nella cabina del Capitano, adagiandolo su una branda semplice e spoglia.
«Ouch» gli sfugge. Poi incrocia gli occhi preoccupati di Laura. «Tutto bene» mente.

«No, non è vero» replica arrabbiata.

Sandokan serra le labbra. «Vieni qui, piccola volpe.»

Nonostante il rancore che serba nei suoi confronti, Laura non esita a raggiungerlo. Si siede al suo fianco sulla branda, allorché gli altri pirati decidono saggiamente di lasciarli soli.

«Andrà tutto bene. Il dottore ti guarirà…»

«Laura.»
La guarda fisso in quegli occhioni da cerbiatta, stringendole le mani.
«Non ti lascerò andare»

Lei ricambia la stretta. «E io non ti lascerò morire.»

Sandokan solleva un angolo della bocca in un sorriso sornione e si sporge verso il suo viso, catturando le labbra di Laura in un bacio lento ma vorace, che la persuade a ricambiarlo.
Le bocche si uniscono, le lingue s’intrecciano e i respiri si mescolano come a voler suggellare un patto che va al di là delle menzogne.

Poi lei si ritrae con un sorriso timido e le gote arrossate. «Devi smettere di approfittarti della mia vulnerabilità per baciarmi» mormora con gli occhi bassi.

Le prende il mento tra le dita e le solleva delicatamente il viso. «Sono io quello vulnerabile qui, ricordi?»
Sorride malandrino, nonostante la debolezza, il dolore e tutto il resto.

«Riposa» lo ammonisce alzandosi. «Cerco qualcosa per pulire la ferita.»

Sandokan la guarda uscire dalla cabina, dopodiché si abbandona al dolore lancinante al fianco chiedendosi se davvero se la caverà.

 

 

 

 


Capitolo 6 - Alla ricerca di un accordo

Ade

Era da tempo immemore che non si poneva in modo così sfacciato e provocatorio. Nemmeno ricordava l’ultima volta in cui aveva stuzzicato qualcuno.
Probabilmente l’ultima – nonché l’unica – era stata con Persefone.
Vantava la fama di Dio serioso mica per niente. Quella mortale, però, gli faceva venire voglia di pungolarla.

Ade la osservò divertito mentre sfiorava con il pollice il simbolo del bidente che le aveva lasciato sul polso. L’aveva marchiata apposta per spingerla a cercarlo.
Subdolo? Certo. Era pur sempre un Dio.
Per quanto riguardava la storia del patto e dell’essere sua…Beh, stava un po’ bluffando. A rigor di logica poteva reclamarla fin da subito visto che l’aveva marchiata, non era necessario un accordo. Tuttavia il suo gesto nascondeva un’altra verità che non aveva nessuna voglia di ammettere con sé stesso, figurarsi con lei.

Sorrise compiaciuto. «È il tuo primo tatuaggio?»
Lo sguardo che Iris gli restituì l’avrebbe annientato su due piedi se avesse potuto. Quelle iridi grigie e glaciali lo trafissero con rabbia, dando adito a un coraggio niente male per essere una mortale al cospetto del Dio della morte.

«Mi prendi in giro? Questo non è un tatuaggio! È…Un abominio!»

«Non essere offensiva. Trovo, invece, che ti doni» commentò serafico.

Iris abbassò il braccio e lo affrontò a muso duro. «Quindi l’hai fatto per incastrarmi dopo che ho oltraggiato il tuo orgoglio divino?»

«Incastrarti?»

«Fai un patto con me o sei mia» gli fece il verso incrociando le braccia al petto. «É per questo che mi hai fatto licenziare da Afrodite?»

Odio. Ade lo percepì distintamente e per qualche assurda ragione ne fu divertito.
Poi, però, rifletté sull’accusa di Iris. Sbatté lentamente le palpebre. «Cos’avrei fatto io?»

«Non fingere di non saperne nulla! Non ti riesce bene.»

Ade immaginò che alludesse a quando, la sera prima, aveva finto di non sapere che lei avesse perso da poco qualcuno. In realtà non aveva finto, semplicemente aveva prestato poca attenzione alla faccenda, ferendola. D’altra parte ogni giorno morivano migliaia di mortali, troppi per essere minuziosamente aggiornato sulla loro identità.
Certo, era stato indelicato, di questo doveva dargliene atto. In ogni caso, adesso non aveva idea del motivo per cui Iris stesse insinuando che le aveva fatto perdere il lavoro; sapeva, però, che Afrodite intendeva liberarla dal proprio vincolo per cederla a Poseidone.
Quella mortale non aveva idea del favore che le aveva fatto marchiandola.
«Non ho niente a che vedere con il tuo licenziamento» ribatté in tono controllato.

Iris sprigionava rabbia da tutti i pori. «Quindi immagino che sia un caso che Afrodite mi abbia fatta convocare stamattina per darmi il benservito!»

«Temo di sì.»

«Sono rimasta senza lavoro per colpa tua!»

«Ti ripeto che io non c’entro.» Alzò gli occhi al cielo e si voltò per versarsi da bere in un bicchiere di cristallo. Aveva un disperato bisogno di whisky per sopportare la rabbia di quella ragazzina insolente.

«Non…Non posso permettermi di non lavorare.»

Dolore. Paura. Ansia. Dandole le spalle non poté vedere la sua espressione, ma bastò il tono d’un tratto affranto e sussurrato a fargli percepire tutte le emozioni che stava provando.
«Ne troverai un altro» asserì secco. Lo infastidiva la sensazione di vuoto allo stomaco che gli stava causando. Non era avvezzo alla compassione.
Attese un lungo istante prima di voltarsi a guardarla. Fu colpito dall’espressione astiosa sul suo volto, in netto contrasto con il tono prostrato di poco prima. Doveva essersi pentita della vulnerabilità mostrata.

«Se è un patto che vuoi, parla.»

Inarcò la fronte, sorpreso.

«L’hai detto tu, no? Mi hai marchiata per estorcermi un patto.» Affilò lo sguardo. «Proprio come hai fatto con Persefone. Dunque è così che l’hai conquistata?»

Colpito e affondato.
Ade la sondò a lungo nella speranza di metterla in soggezione. Se lo fece, lei riuscì a nasconderlo egregiamente sostenendo il suo sguardo.
«Magari conquisterò così anche te» ribatté senza sorridere. Cominciava a essere inviperito dalla rapidità di risposta di quella mortale.
Chi gliel’aveva fatto fare di marchiarla

Iris arricciò il naso, come a sottolineare il proprio dissenso. Poi raddrizzò le spalle e sollevò il viso per guardarlo negli occhi. «Allora? Qual è il patto?»

La verità era che Ade non ci aveva pensato. Raramente nella sua plurimillenaria esistenza si era concesso il lusso dell’impulsività, ma questa era una di quelle.

«Beh?» lo incalzò.

Corrugò la fronte, infastidito. «Fatti trovare qui mezz’ora prima dell’apertura del locale.»

Sorpresa. Ad Ade non occorreva il proprio potere per percepire le emozioni di quella mortale: era un libro aperto.

«Prego?»

«Stasera. Qui. Al Nevernight» sottolineò come se avesse a che fare con una bambina un po’ sciocca.

Affilò lo sguardo. Di nuovo. Quella ragazza aveva un vero talento nel guardarlo male.
«Quel che volevo dire era: perché?»

«Perché lo dico io» sibilò. «E perché hai il mio marchio.»

Si girò e si diresse verso la porta dell’ufficio. L’aprì e le fece cenno di precederlo.

Iris esitò soltanto per indispettirlo. A giudicare dall’occhiata esasperata di Ade ci riuscì.
Dopo un lungo istante, obbedì con uno sbuffo.

Percorsero a ritroso il tragitto che li aveva condotti lì e quando giunsero di fronte all’ingresso del Nevernight, Ade la fermò. «Iris.»

Si voltò a guardarlo con espressione irritata.
Il Dio della morte l’afferrò per le spalle per avvicinarla a sé e scoccarle un bacio sulla fronte che la destabilizzò. Ade lo capì dal modo in cui strabuzzò gli occhi grigi e compì un leggero salto all’indietro. «C-cosa…» farfugliò.

Lui stiracchiò un sorriso divertito. «Il mio favore» spiegò in un sussurro suadente, sistemandole una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Per entrare qui ogni volta che vorrai senza dover fare la fila.»

Le labbra di Iris si mossero annaspando, ma non ne uscì alcun suono. Era adorabile, le sue reazioni somigliavano tanto a quelle di un gattino bagnato incapace di contenere la propria furia.

«A stasera, ragazzina.»

Si voltò per immergersi nell’oscurità del locale e teletrasportarsi nel suo palazzo dell’Oltretomba. Chissà, magari sarebbe finalmente riuscito a fare il bagno tanto agognato, lo stesso che l’arrivo di Iris al Nevernight aveva interrotto sul nascere.

«Un’ultima domanda» balbettò lei.

Ade corrugò la fronte e la guardò da dietro la spalla, notando il suo rossore.

«Si può sapere perché sei a torso nudo?!»




Capitolo 21 - Rivelazioni

Sandokan la guarda sistemarsi nervosamente il vestito sgualcito, consapevole che lo faccia sia per darsi un tono sia per nascondere la propria agitazione.
Mi devi qualche spiegazione” gli ha detto con voce rotta.
Ha ragione, ma ciò non significa che sia semplice né che Sandokan fosse preparato per quel momento.
Sospira e si passa una mano fra i capelli. «Appena saremo sul mio praho…»

«No. Ora» sancisce Laura in tono fermo.
I suoi grandi occhi marroni lo fissano severi.
«Credi che non sappia che quel che dirai non mi piacerà e che vuoi parlarmene sulla nave in modo che io non possa scappare?»

Colto in fallo, Sandokan s’irrigidisce.

Laura sostiene il suo sguardo. «La prima volta che ci siamo incontrati, sulla cima della scogliera, hai detto di essere tornato a Labuan per me» gli ricorda.

Lui serra i pugni, mentre Kali, al suo fianco, emette un brontolio sommesso come se percepisse la tensione nell’aria. «L’ho detto.»

«Hai detto anche che il tuo praho mi stava aspettando.»

«Sì.»

«Poi, però, mi hai lasciata andare.»

L’aveva fatto perché l’atteggiamento ribelle e combattivo di Laura l’aveva affascinato, dandogli l’idea di mettere in atto un piano ancora più subdolo per strapparla a Lord Edward. Lo stesso che adesso lei pretende di conoscere.

«Dimmi la verità, Sandokan» insiste Laura. «Cos’è cambiato dopo quel primo incontro, che ci ha condotti a essere qui stanotte?»

Il silenzio pesa come un macigno e la quiete della foresta lo culla come un amante proibito.

Laura si tormenta le mani in attesa di una spiegazione.
«Parla o rifiuterò di seguirti sul praho.»

Come se avesse davvero scelta, pensa Sandokan. Non perché abbia intenzione di rapirla con la forza o di farle del male in caso di ribellione, ma perché Laura ha sviluppato un sentimento talmente intenso che la spingerà a sceglierlo a prescindere dal resto.
Sospira e distoglie lo sguardo. «È stato tutto orchestrato» mormora.

Laura avverte una fitta di dolore istantanea, ma non cede. «Cosa è stato tutto orchestrato?»

«Questo» ribatte di malavoglia, indicandola. «Noi due, il nostro sentimento…La fuga.»

Inarca la fronte, ammutolita per la prima volta nella vita. Si bagna le labbra. «Come…In che senso…» farfuglia, «…Perché

Finalmente Sandokan trova la forza di affrontare i suoi occhi disperati. «Perché volevo vendicarmi di tuo padre. Ho sempre voluto vendicarmi di tuo padre.»

«Perché?» ripete con un filo di voce.

Lui inspira a fondo e chiude gli occhi un istante. Poi torna a fissarla. «Perché quattro anni fa ha ucciso Marianna» scandisce lentamente, con voce ferma. «L’amore della mia vita.»

Una stilettata trafigge il cuore di Laura, facendola sussultare.
L’amore della sua vita.
Marianna Guillonk.
Non lei.
Non Laura Brown.
Gli occhi le si riempiono di lacrime prima che possa impedirlo. D’un tratto comprende la ragione per cui sua madre, Catherine, lasciò lei e Lord Edward per tornare a Londra dopo che la sua beniamina era morta: era stato lo stesso marito a ucciderla.
Laura si sente mancare. «L’ha uccisa…Mio padre…»

Sandokan non risponde, limitandosi a fissarla con un distacco che non le ha mai concesso prima di allora.

«Mamma non è stata capace di perdonarlo…» mormora fra sé. Poi punta gli occhi sull’uomo che le sta davanti, colpevole di averle rubato il cuore. «Mi hai sedotta per fare un torto a mio padre.»

Serra le labbra in una linea sottile e annuisce.

Quel semplice cenno del capo costituisce il colpo di grazia per Laura, che si abbandona a un pianto silenzioso. «Ti ha portato via Marianna…E tu…Volevi che ti scegliessi proprio come aveva fatto lei, che era il tuo unico grande amore» sussurra, trafelata dal dolore.

«Sì.»

«…Per portarmi via…E fargli uno sgarro ancora più grande?» prosegue imperterrita, nonostante la sofferenza che le sta sgretolando il cuore. «In modo da farlo soffrire di più?»

Di nuovo, Sandokan annuisce.

Incapace di resistere alla portata di quella rivelazione, Laura si accascia su sé stessa.

«Laura!»
Sandokan accorre, ma lei lo respinge con uno schiaffo. Non gli fa male, sono la rabbia e il dolore contenuti nei suoi occhi a ferirlo di più.
L’afferra con delicatezza per le braccia e l’aiuta ugualmente a rimettersi in piedi. «Quello era il piano, ma…»

Il ruggito furioso di Kali precede di un millesimo di secondo il clic metallico di una pistola messa in carica.
Sandokan si volta di scatto, ritrovandosi a tiro di James Brooke, che sogghigna.
«Ho bramato questo momento.»

«James…» geme Laura in lacrime.

Lui se ne accorge e, anziché impietosirsi, se ne compiace. «Qualcosa mi dice che la luna di miele è finita, non è così?»

Sandokan affila lo sguardo e sguaina la sciabola. «Stai zitto, Brooke.»

James compie un passo verso di loro, salvo notare la presenza della tigre dalle fauci scoperte. Si blocca. «Io…Avevo ucciso la tigre di Labuan che provò ad aggredire Marianna» farfuglia. «Ricordo di averle sparato.»

«Quella tigre aveva una cucciola» asserisce Sandokan senza abbandonare la postura da predatore. «Ti presento Kali» ringhia.

Al cacciatore di pirati è sufficiente una rapida occhiata per comprendere che il felino l’attaccherà se si avvicinerà al suo nemico. «Restituiscimi la ragazza.»

Laura s’irrigidisce alle spalle di Sandokan.

«No.»

«Perché la ami?» lo pungola il Capitano Brooke. «O perché vuoi sostituire il ricordo di Marianna con la figlia di colui che la uccise?»

Lei corruga la fronte. «Voi…Lo sapevate?»

«Certo che lo sapeva» risponde Sandokan senza distogliere l’attenzione da James. «Era innamorato di Marianna. Mi detesta perché scelse me anziché lui.»

“Proprio come me” pensa Laura, stordita dalla piega assunta dagli eventi. “Ecco perché vuole sposarmi a tutti i costi da quando ha scoperto la mia relazione con Sandokan”.

«L’hai manipolata! Proprio come hai fatto con Lady Laura!» sbotta il Capitano Brooke, compiendo un passo in avanti.

Kali, però, non ci sta e si frappone fra lui e Sandokan snudando i denti affilati.
James si blocca, spaventato dall’improvvisa vicinanza della tigre. Poi si riprende e le punta contro la pistola.
Sandokan solleva la sciabola verso di lui. «Non osare.»

D’un tratto, però, Kali si volta verso il pirata. I suoi occhi felini l’oltrepassano, spingendo entrambi gli uomini a seguire il suo esempio.
Laura sta scappando nella foresta.
Lontana da loro.

«Laura!»

«Milady!»

Lei non accenna a fermarsi. Corre a perdifiato nella fitta vegetazione, il vestito pervinca che si strappa a ogni passo in cui rimane incastrato nel fogliame e nei rovi.

Sandokan non ci pensa due volte e, senza più badare a James, si lancia al suo inseguimento.
La tigre gli è subito accanto.
«Kali, raggiungila! Impediscile di farsi del male» ordina trafelato. “Gliene ho già fatto abbastanza io” pensa.
Il felino balza in avanti con uno scatto fulmineo e lo supera, disperdendosi nella foresta che conosce così bene.

Nel frattempo, uno sparo alle spalle di Sandokan lo costringe ad acquattarsi. “Maledetto Brooke” pensa tra sé.

Capitolo 5 - L'inganno di un Dio

Ade

Era il giorno successivo all’incontro avvenuto con Iris al La Rose e Ade non riusciva a smettere di pensarla. Non tanto per una questione di instant love, sebbene fosse innegabilmente attraente, quanto perché l’aveva irritato oltremodo. Non solo l’aveva trattato con rabbia dopo che aveva allontanato l’insulso mortale che la tormentava – Filippo qualcosa −, ma anche e soprattutto perché si era permessa di menzionare Persefone e il suo rapporto con lei.
Come osava?
Quella ragazzina mortale non sapeva niente di lui né di ciò che aveva provato per la moglie.

Razza di stupida.
Di certo Poseidone le avrebbe fatto passare la voglia di ergersi a saputella.
Ade si pentì subito di quel pensiero, perché conosceva fin troppo bene il fratello per sapere che nessuno, nemmeno una mortale insolente, meritava il trattamento che il Dio del mare riservava alle creature di sesso femminile.

Sospirò, appoggiando i gomiti sull’elegante scrivania nera del suo ufficio al Nevernight e si passò le mani sul viso stanco.
Aveva percepito il dolore del lutto in Iris, il che giustificava in parte l’astio che aveva manifestato nei suoi confronti. Era piuttosto comune, per Ade, riscontrare quel tipo di sentimento nei mortali e di solito si guardava bene dal curarsene; non poteva combattere in eterno contro l’ignoranza degli uomini. E poi si era abituato da tempo ad essere temuto piuttosto che amato.

Si riavviò i lunghi capelli corvini e si teletrasportò nel proprio palazzo dell’Oltretomba per darsi una rinfrescata prima che le porte del Nevernight si aprissero per accogliere i mortali desiderosi di sballo e di stringere patti con lui.

Fece a malapena in tempo a recarsi nella sua sala da bagno personale, dove un’ampia vasca simile a una piscina occupava gran parte dello spazio, e a togliersi la camicia che percepì un cambiamento nel mondo mortale.
Rabbia.
Combattività.
Rancore.
Rapresse a stento un sorrisino.
La ragazzina mortale era arrivata prima del previsto.

Iris

«Non m’interessa che il locale è chiuso! Pretendo di vedere il tuo padrone!»
Non aveva idea da dove le uscisse tutta quella ferocia nell’affrontare niente poco di meno che un orco e poco importava che l’orrenda creatura la stesse fissando in cagnesco, probabilmente trattenendosi dal lanciarla via con una manata. Iris non aveva intenzione di desistere.
Doveva vedere Ade affinché rimuovesse il simbolo con cui l’aveva marchiata. Subito.

Puntò le mani sui fianchi, sentendosi più minuta che mai di fronte al bestione di due metri e passa che troneggiava dinanzi alla porta del Nevernight: il famoso locale di Ade di cui tutti, ma proprio tutti, a Nuova Atene bramavano di varcare le porte anche solo per una sera. La lista d’attesa era lunga mesi, la selezione all’ingresso severissima e veniva effettuata, per l’appunto, dagli orchi che lavoravano per il Dio della morte.
Oltre a essere noto nell’ambiente della vita notturna pura e semplice, il Nevernight era ambito poiché costituiva una delle rare occasioni, se non l’unica, d’incontrare Ade faccia a faccia e stringere un accorto con lui.
I patti con il Dio della morte erano pericolosi perché, se da una parte i mortali – mossi da disperazione o talvolta da mera avidità − cercavano di ottenere qualcosa d’irraggiungibile, dall’altra Ade rilanciava ponendo una posta in gioco che sfidava le debolezze della persona che si trovava davanti.
Ecco perché vinceva quasi sempre. D’altronde era un maestro nel percepire i punti deboli altrui.

Dal canto suo, Iris non era mai stata interessata al Nevernight e infatti si era recata lì qualche ora prima che aprisse proprio per risolvere la questione con il Dio della morte lontano dalla calca della vita notturna.
Sarebbe venuta anche prima, ma aveva avuto da fare all’università e, subito dopo, era stata convocata al La Rose per ricevere la notizia del suo licenziamento; non da parte di Afrodite, ovviamente, ma da un mortale prediletto dalla Dea dell’amore che gestiva il locale in sua assenza.
I motivi del suo congedo forzato erano misteriosi, tuttavia Iris era convinta che centrasse Ade. Di sicuro il Dio della morte aveva voluto punirla chiedendo ad Afrodite di toglierle il lavoro, perfettamente ignaro del danno che le stava causando.
Come se ultimamente non avesse già abbastanza a cui pensare.

«Vattene, mortale.»
Il tono impietoso dell’orco la destò dai propri pensieri. Sembrava stufo della sua presenza, come se la considerasse una mosca molesta da scacciare.

Iris serrò i pugni.
«No! Ti ho detto che voglio vedere…»

«Buongiorno Iris.»
La voce baritonale del Dio della morte anticipò la sua comparsa alle spalle dell’orco, che si scansò subito di lato in segno di rispetto.

«Mio signore. Stavo giusto dicendo alla signorina che il locale aprirà fra qualche ora, ma…»

«È una ragazzina impaziente, a quanto vedo» concluse Ade. «Grazie, Duncan. Ci penso io.»
Fece un rapido cenno del capo che la indusse a seguirlo.

Iris, però, non si mosse.
Non perché fosse intimorita, anzi, era piuttosto indispettita dal fatto che l’avesse chiamata ragazzina, ma…
Era a petto nudo.
Ade si era presentato di fronte a lei a petto nudo e niente avrebbe potuto prepararla alla perfezione del suo torace scultoreo. Delle ampie spalle. Dei pettorali definiti. Degli addominali che parevano scolpiti nel marmo.
Deglutì e di sicuro arrossì, perché avvertì le guance che le andavano a fuoco.

Ade girò la testa senza voltarsi, solo per scoccarle un’occhiata seccata. «Ti muovi? Non ho tutto il giorno.»

Irritata dal tono, Iris si ricompose e varcò la soglia del Nevernight.
Non ci era mai entrata prima, ma ne ammirò subito l’eleganza degli interni sebbene ebbe a malapena il tempo di guardarsi intorno. Ade, infatti, camminava a passo spedito dinanzi a lei.
Lo seguì a fatica, quasi correndo per stargli dietro. Nel frattempo, però, poté contemplarne i fasci muscolari della schiena che si tendevano in movimenti impercettibili a ogni spostamento delle braccia.
Era illegale possedere una schiena così.

Giunsero di fronte a una porta chiusa, nera come l’ossidiana. Era ovvio che il nero fosse il colore preferito di Ade, visto che era richiamato in gran parte dell’arredamento del Nevernight.
Nero come i suoi occhi.
Come i suoi capelli.
Come i pantaloni che gli avvolgevano sensualmente i fianchi stretti e le cosce tornite

“Piantala Iris!” si ammonì.
Entrò in quello che sembrava a tutti gli effetti un ufficio e si voltò verso di lui, che ora dava le spalle alla porta chiusa e la fissava con curiosità.
Proprio come avrebbe fatto un gatto con il topo prima di mangiarselo, pensò Iris con una punta di timore.
E di eccitazione.

«A cosa devo il piacere di questa visita?» chiese in tono suadente, trattenendo a stento un sorrisetto.

Iris lo smascherò subito, senza girarci intorno. «Lo sai perfettamente.»
Gli mostrò il polso, lì dove l’aveva marchiata.

Stavolta gli angoli delle belle labbra di Ade si sollevarono senza contegno. «Ops.»

«Ops?» inarcò la fronte con rabbia. «È tutto ciò che hai da dire?»

Ade si grattò febbrilmente la mandibola, poi annuì. «Sì.»

«Toglimelo, Ade!»

«No.»

«Perché no?»

Si avvicinò a lei con passi misurati, come un predatore pronto a balzare sulla preda.
Suo malgrado Iris arretrò verso il tavolo, sentendosi braccata: era nel suo territorio, a petto nudo…Ed era un Dio, per la miseria. Lei poteva strepitare e fare la dura quanto voleva, ma stava sfidando qualcosa che andava oltre la sua portata, lo sapeva. Eppure non le venne voglia di rinunciare alla propria causa.

Si fermò a un soffio da lei e le prese delicatamente il mento tra pollice e indice, inclinandole il viso affinché lo guardasse in faccia. «Hai osato nominare Persefone. Ti avevo detto che avresti scoperto come l’ho conquistata.» Indicò il simbolo del bidente che aleggiava sulla parte interna del suo polso. «Così.»

Iris corrugò la fronte e ripensò alle parole con cui l’aveva congedata la sera prima al La Rose: “Ti aspetto nel mio regno, ragazzina mortale”.

Gliel’aveva fatta. Lei si era recata al Nevernight – che di fatto faceva parte del suo regno – per cercarlo. «L’hai fatto apposta! Mi hai attirata qui con l’inganno!»

«Nessun inganno, ragazzina.» Un sorriso pigro s’impadronì della bocca di Ade, le cui dita lasciarono il suo mento. Tuttavia non si allontanò. «Ha funzionato meglio del previsto.»

Iris cercò di ritrarsi per frapporre un minimo di distanza fra i loro corpi, ma la scrivania alle sue spalle glielo impedì. «A che scopo?»

Le sopracciglia scure di Ade scattarono verso l’altro, conferendogli un’espressione vagamente divertita. «Fai un patto con me o sei mia.»

Capitolo 20 - Rapimento

Sandokan e Yanez sono ancora nascosti nella vegetazione, avvolti dall’oscurità della notte, mentre attendono che Emilio compia la sua mossa.
La tensione è papabile.
Perfino Kali sembra pronta a scattare al primo cenno di pericolo.
Proprio come Sandokan, i cui muscoli tesi e l’espressione tirata lo fanno assomigliare al felino che gli siede accanto.

Yanez lo osserva di nascosto.
«Andrà tutto bene» mormora.

Non risponde, limitandosi a serrare le labbra fino a ridurle a una linea sottile.
La musica proveniente da casa Brown gli dà sui nervi, sebbene gli rammenti la volta in cui si è infiltrato alla festa di compleanno di Laura. Quando era cominciato tutto.
Gli sembra che sia accaduto ieri, invece sono trascorsi giorni da allora, addirittura settimane in cui i loro incontri segreti si sono susseguiti numerosi pur non appagandoli del tutto.

«Ecco Emilio» sussurra Yanez.

Sandokan solleva la testa di scatto e aguzza la vista.
Vede il giovane pirata uscire sul portico di casa Brown, seguito da Laura.
Sopraggiungono quasi subito due guardie armate, che mettono Sandokan in allerta.

«Fermo, aspetta» lo blocca Yanez quando fa per uscire dal nascondiglio. «Li stanno solo sorvegliando» aggiunge.

Osservando meglio, si accorge che il Portoghese ha ragione e che le guardie non sono lì per arrestare Emilio, ma per vigilare su Laura.

«Ecco spiegato il motivo per cui la tua piccola volpe non si è fatta viva. Per qualche motivo Lord Brown le ha piazzato gli sgherri alle calcagna.» Sospira. «Dubito che Emilio riesca a portarla via senza svelarsi.»

Sandokan rimugina sulle parole dell’amico. Poi si volta verso la tigre e l’accarezza sotto il mento come se fosse un gatto. «È ora di andare a caccia, Kali.»

***

Laura sta cominciando a innervosirsi. Ha ottenuto dal padre il permesso di uscire sul portico con Emilio a patto di essere sorvegliata a vista dai suoi ufficiali, il che significa che Sandokan non ha modo di avvicinarsi senza mettere a repentaglio la propria incolumità.

È una situazione esasperante.

Guarda il ragazzo che le siede accanto e che finge di conoscerla da più di cinque minuti, come di fatto è. Ammira il modo in cui è riuscito a spacciarsi per un giovanissimo parente del Sultano del Brunei, un figlio generato da una delle numerose amanti; a riprova di ciò non solo ha sfoggiato un vestiario appropriato, ma anche un cimelio di corte talmente riconoscibile che nemmeno Lord Edward ha potuto metterlo in dubbio.
Laura si chiede come faccia Sandokan a possedere tali oggetti preziosi, ma poi ricorda che è un pirata.

D’un tratto Emilio si volta verso le sentinelle che vigilano a pochi passi da loro. «Che ne dite di prendervi una pausa? Lady Laura è al sicuro con me.»

Nonostante l’aria annoiata a causa dell’ingrato compito di fare da balia a una ventunenne, i due ufficiali scuotono la testa. «Non possiamo. Ordini di Lord Brown.»

«Capisco.»

Emilio torna a concentrarsi sulla ragazza come se nulla fosse, mostrandole un taccuino consunto su cui è solito disegnare e abbozzare storie.
Laura, però, si accorge che la sua attenzione oscilla da lei alla foresta. Corruga la fronte, cercando di capire cos’aspettarsi, allorché avverte dei rumori a malapena percettibili, come il fruscio di uno spostamento nella vegetazione.

«Guarda me» la invita Emilio in tono sommesso.
La sua espressione ora è più decisa, sebbene continui a sorridere.
«Andrà tutto bene» sussurra.

Lei obbedisce, nonostante sia un fascio di nervi. È come se il suo corpo avvertisse il pericolo imminente, il preludio di ciò che sta per accadere.

Un ringhio feroce spezza la quiete della sera e Kali balza fuori dalla vegetazione, alle spalle dei due ufficiali, atterrandone uno con la faccia rivolta al terreno. L’altro viene ugualmente sorpreso da Sandokan, che lo afferra da dietro puntandogli un pugnale alla gola. «Urla e ti sgozzo» sibila furioso, «E faccio sbranare il tuo amico dalla tigre.»

Spaventata dal susseguirsi di avvenimenti, a Laura sfugge un gridolino che Emilio zittisce prontamente piazzandole una mano davanti alla bocca.

I due ufficiali strabuzzano gli occhi ma non emettono il benché minimo suono. Specialmente quello che giace sotto Kali.

Yanez sopraggiunge con calma, neanche fosse in visita di cortesia. «Fatto?» chiede grattandosi la nuca con la canna della pistola. Poi osserva la tigre intenta a sbavare sul malcapitato ufficiale. «Credo che il micio abbia fame, fratellino.»

Laura emette un verso strozzato contro il palmo di Emilio.

Sandokan se ne accorge e, nell’incrociare gli occhi della ragazza, il suo sguardo si addolcisce. «Buona, Kali. Non è il momento dello spuntino.» Poi nota che Emilio ha ancora una mano premuta sulla sua bocca e l’altra che le stringe i polsi. «Lasciala» ordina in tono secco.

Emilio obbedisce subito. «Scusa» farfuglia arrossendo.

Sandokan fa segno a Yanez di prendere il suo posto, cosicché il Portoghese si avvicina serafico e punta la pistola in mezzo alla fronte dell’ufficiale. «Fai il bravo. Non sono convinto che il gattino riesca a trattenere i propri istinti ed è meglio che stai fermo se non vuoi che sbudelli il tuo compare.» Alza le spalle. «E che io ti spari.»

Laura osserva la scena tremante, incurante di Sandokan che la raggiunge. «Non…Non fatelo…Loro non…» farfuglia terrorizzata all’idea che Kali banchetti con uno sgherro del padre davanti ai suoi occhi.

«Shhh va tutto bene, piccola volpe. Non succederà niente di male.»

«Ma Kali…»

«Obbedisce a me, ricordi?»

Finalmente lo guarda. Le si riempiono gli occhi di lacrime. «Sei qui» sussurra.

«Sono qui.»

Spalanca le braccia e Laura ci si tuffa dentro.

«Credevo che te ne fossi andato» singhiozza nel suo petto, stringendogli la camicia fra le mani.

Posa le labbra sulla sua testa e respira il profumo dei suoi capelli, sollevato nel rivederla sana e salva. «Non senza di te.»

Laura si scosta per guardarlo. Ha il viso umido di lacrime, l’acconciatura disfatta e un’espressione furente. «Perché non sei arrivato prima? Avevi detto tre giorni e poi saresti venuto a prendermi di peso se necessario!»

«E tu perché non ti sei presentata all’appuntamento? Perché sei sparita?» sbotta. «Ma, soprattutto, perché ti sei fidanzata con James Brooke così all’improvviso?»
Sa di suonare petulante e patetico, ma non può farne a meno.

«Ehm, non vorrei interrompere questo meraviglioso scambio fra innamorati» interviene Yanez.
Entrambi si voltano verso di lui.
«Vi ricordo che abbiamo due ostaggi, una tigre affamata e un’intera schiera di nemici dentro casa che potrebbero scoprirci a breve.»

«Giusto» borbotta Sandokan ricomponendosi. «Andiamo.»
Porge la mano a Laura.

Lei lo guarda ed esita.

«Non ho intenzione di lasciarti qui.»

Si succhia il labbro. «Mio padre sa di noi. Ci darà la caccia.»

Sandokan corruga la fronte, ma finalmente realizza cosa sia successo e il motivo per cui Laura era sparita. «Come l’ha scoperto?»

«Gliel’ha detto James. Mi ha sentita parlare di te con la mia cameriera» ammette imbarazzata.

«Perfetto.»

Laura non comprende quel commento, ma non ne ha nemmeno il tempo perché Sandokan si abbassa e, con un movimento fulmineo, l’afferra per le gambe e se la carica facilmente su una spalla.

Si volta verso Emilio e Yanez. «Via!»

I pirati non esitano e corrono con lui verso la foresta, lasciando indietro gli sgherri in balia della tigre.

Laura solleva la testa dalla schiena di Sandokan. «No…Kali!»

«Non li mangerà, stai serena!» sbotta Sandokan correndo nella fitta vegetazione come se lei non pesasse nulla. «Li terrà a bada finché ci saremo allontanati abbastanza!»

Si tranquillizza un poco. Almeno fino a quando sente degli spari provenienti da casa Brown, seguiti da un ruggito furioso.
D’un tratto Laura si preoccupa per il destino di Kali.

Sandokan, però, emette un fischio che le ferisce i timpani e di lì a breve il felino sopraggiunge nella giungla, affiancandoli.

«Capitano, cosa facciamo?» annaspa Emilio. «Presto ci saranno alle calcagna!»

Lui rimugina un istante. «Tu e Yanez andate avanti e fate nascondere il praho in attesa di nuove disposizioni.»

«Cosa?» sbotta incredulo il Portoghese.

«Sarà una manovra diversiva. Brooke e Brown avranno capito che ci sono di mezzo io nella scomparsa di Laura e correranno a cercare la nostra nave in ogni laguna o anfratto di Labuan» spiega. «Nascondetela prima che la trovino o depistatela. Io e lei resteremo nascosti nella foresta in attesa che abbassino la guardia per raggiungervi.»

«Perché non scappiamo prima che ci trovino e basta?» lo incalza Yanez.

«Perché con ogni probabilità non faremmo in tempo a raggiungere il praho prima che ci taglino la strada» ribatte Sandokan con calma inaspettata, quella che lo contraddistingue nel suo ruolo di Capitano. Indica Laura ancora riversa sulla sua spalla con un cenno del capo. «Preferisco non correre rischi.»

«Allora resto con voi.»

«No. Vai avanti con Emilio.»

«Ma…»

«C’è Kali con me.»

Il Portoghese affila lo sguardo di ghiaccio, come se stesse per strigliarlo a dovere.

«Non è giusto che tu corra questo rischio» lo anticipa Sandokan in tono ponderato. «È la mia vendetta. Hai già fatto tanto.»

«Siamo la tua ciurma» interviene Emilio.

Yanez fa un passo verso di lui. «E tu sei come un fratello per me.»

«Continuerete a sostenermi nella fase successiva del piano» insiste, posando la mano sulla spalla del Portoghese. «Ora andate.»

L’altro desiste di malavoglia con un rapido cenno del capo. «Non fare cazzate» mormora brusco. Stringe il braccio di Emilio e lo esorta a correre via, lasciando indietro Sandokan e Laura.

«Potresti mettermi giù?» chiede lei con voce flebile, riportandolo alla realtà.

Con un mezzo sorriso obbedisce. Tuttavia rimane sorpreso quando Laura prende subito ad allontanarsi attraverso la vegetazione senza nemmeno guardarlo. «Ehi, ehi…Dove scappi? Può essere pericoloso…»
Fa per afferrarla per il braccio, ma lei si divincola prontamente. Nel fare ciò, cade a terra.

Sarebbe buffa se Sandokan non notasse i suoi occhi gonfi di lacrime.
«Piccola volpe…?» chiede chinandosi per aiutarla ad alzarsi.

Laura rifiuta la sua mano e si rimette in piedi da sola. Si sistema l’elegante gonna dell’abito sgualcito in più punti nel tentativo di darsi un tono. Poi lo guarda. «Mi devi qualche spiegazione» mormora con voce rotta.



Capitolo 4 - Segni indelebili

Iris

Erano ormai le quattro del mattino quando Iris rientrò dal lavoro.
Fortunatamente non aveva incontrato Filippo ad aspettarla fuori dal La Rose. Doveva essere rimasto traumatizzato dall’incontro con il Dio della morte. Sebbene i Divini vivessero da diversi anni in mezzo ai mortali, non capitava tutti i giorni di ricevere minacce dirette da parte di Ade.

Ade.

L’aveva fatto infuriare e non aveva nemmeno capito il motivo. O meglio, era consapevole di aver toccato un nervo scoperto menzionando Persefone, ciononostante era più frustrata che spaventata. Lui non aveva nessuno diritto di prendersela se lo detestava, casomai era il contrario: era il minimo che potesse aspettarsi dopo quel che aveva fatto alla sua famiglia. E pensare che aveva finto di non saperne nulla, proprio lui, un Dio!

Iris infilò la chiave nella toppa, poi prese a spallate la porta per costringerla ad aprirsi con un cigolio sinistro che riecheggiò nell’androne delle scale. Quando alla fine si spalancò di colpo, cadde di schianto sugli scatoloni sparsi qua e là che costellavano l’ingresso del minuscolo appartamento.
«Ouch!»

«Ma che succede?»

Dei passi affrettati precedettero l’arrivo di Elena, sua coinquilina e migliore amica. Aveva i capelli biondi tutti arruffati e le palpebre gonfie che lasciavano intravedere a malapena gli occhi verdi. Giustamente alle quattro del mattino stava dormendo.
«Iris! Sei impazzita?» sbottò con voce impastata dal sonno. «Ti pare il caso di fare un baccano simile a quest’ora? Mi hai fatto prendere un infarto!»

«Scusa, hai ragione» bofonchiò rimettendosi in piedi e gettandosi i lunghi capelli dietro le spalle. «È colpa di questa maledetta porta che s’incastra sempre!»

Elena la fissò con un fastidio tale che Iris temette che l’avrebbe sbattuta fuori di casa, giusto per farle trascorrere la notte nell’androne del palazzo. Invece si limitò a imprecare a bassa voce e a tornarsene in camera.

Tirò un sospiro di sollievo. Assestò un calcio a uno scatolone, lanciandolo in fondo al corridoio, e sgattaiolò nella propria stanza.
Detestava quell’appartamento, era talmente piccolo che lei ed Elena ci stavano a malapena. Tuttavia era l’unica parvenza di abitazione che potessero permettersi; anzi, Iris doveva ringraziare l’amica che aveva deciso di condividerlo con lei per aiutarla nelle spese e, soprattutto, per non lasciarla sola in seguito a quel che era successo.

Dopo che la sua vita era cambiata inesorabilmente.

Se ci pensava le veniva da piangere, così si sforzò di scacciare i pensieri intrusivi dalla propria testa indirizzandoli sull’odio che provava per il Dio della morte.
Maledetto Ade.
Non l’aveva mai incontrato prima di quella sera e non immaginava che fosse così…Così bello.
Affascinante.
Magnetico.
Seducente.

“Ok basta, sei patetica Iris”.
Scrollò la testa per ritrovare un minimo di contegno.
Però non era tutta colpa sua: il Dio della morte era talmente schivo e riservato da impedire a chiunque di immortalarlo – al contrario delle altre Divinità che vivevano e godevano delle attenzioni altrui – e di rado si faceva vedere in giro. Si diceva che fosse estremamente difficile incontrarlo persino nel suo famoso locale, il Nevernight, dove la gente si recava apposta per stipulare patti con lui.
Si era ammorbidito un poco durante il matrimonio con Persefone, ma dopo essere stato lasciato pareva essersi nuovamente indurito. Ed eclissato.

La notizia della loro separazione era trapelata nonostante la riservatezza di Ade, tuttavia i dettagli erano talmente scarni che le speculazioni erano degenerate: Persefone aveva tradito Ade ed era scappata con l’amante, Persefone era stata rinchiusa dalla madre Demetra che non aveva mai accettato il suo matrimonio con il Dio della morte, Ade aveva ucciso Persefone e fingeva che lei l’avesse lasciato…I mortali sapevano essere molto fantasiosi.
Iris non aveva idea di quale fosse la verità e nemmeno se l’era domandata. Era disinteressata alla vita sentimentale di Ade, anzi, era sempre stata disinteressata ad Ade stesso…Almeno fino a quando lui aveva invaso la sua vita, stravolgendola nel modo peggiore possibile.

A quel ricordo si sentì mancare il fiato. Stava per avere un attacco di panico.
L’ennesimo.
Si portò le mani al petto, spaventata. Poco importava che accadesse di continuo da due mesi a questa parte, ogni volta credeva di morire. Quella notte più che mai, però, voleva evitarlo perché se fosse morta avrebbe rivisto Ade direttamente nell’Oltretomba. Dubitava che si sarebbe rivelato clemente con lei dopo il primo, disastroso, incontro.

Cercò di fare il pieno di ossigeno, ma invano. I pensieri sul Dio della morte non aiutavano certo a rilassarsi. Iris chiuse gli occhi e si rannicchiò sul pavimento.

«Respira.»
La voce calma e confortante di Elena fu un balsamo per la sua anima.

Iris sollevò le palpebre e mise a fuoco la figura dell’amica, sempre in pigiama e con i capelli arruffati. Le teneva una mano sulla schiena, adesso gli occhi verdi erano vigili e concentrati.

«Fai come me» mormorò respirando con lei e aiutandola a ritrovare una parvenza di calma.

Nonostante il panico, Iris seguì il suo esempio e lentamente tornò a respirare. Aveva ancora un po’ il fiato corto, ma nulla d’insopportabile rispetto a un attimo prima.

«Va meglio?» domandò Elena quando la vide in grado di sollevarsi dal pavimento.
Iris annuì.
«Vado a prepararti una tisana.»

Non provò a fermarla né a dirle di tornare a letto visto che erano le quattro e il mattino dopo aveva lezione presto all’università: non l’avrebbe ascoltata. Elena si prendeva cura di lei da sempre, in particolar modo dopo il fattaccio
Quello che aveva lasciato Iris completamente sola al mondo.
La morte dei suoi genitori.

Chiuse gli occhi e, suo malgrado, tornò con la mente al giorno in cui la telefonata della polizia di Nuova Atene le aveva cambiato la vita, comunicandole che i suoi genitori erano morti in un tragico incidente durante un’escursione sul Monte Olimpo.
Dimitri e Katerina erano degli autentici cultori del trekking ad alta quota e ogni anno, in quel periodo, si recavano sulle vette dell’amatissimo massiccio greco cui erano molto devoti per via della sede divina che troneggiava sulla sua vetta più alta, il Mytikas. Più volte Iris aveva fatto notare ai genitori quanto il legame che sostenevano di avere con quel luogo fosse assurdo visto che gli Dei vivevano in mezzo ai mortali alla stregua di celebrità.

Stavolta, però, erano scomparsi. A dare l’allarme era stato Giorgios, guida turistica e amico di vecchia data di Dimitri e Katerina, i quali si affidavano a lui per l’organizzazione dei dettagli delle loro escursioni. Non vedendoli tornare alla base, li aveva cercati in lungo e in largo prima di dare l’allarme; salvo, poi, scoprire, che una frana li aveva travolti occultandone i cadaveri. I cani molecolari erano stati molto utili in tal senso.

«Stavi pensando a loro?» chiese Elena in tono dolce, posandole davanti una tazza di tisana fumante. «Ti si legge in faccia.»

Iris strinse le labbra e provò a bere un piccolo sorso, scottandosi. Sospirò.
Il giorno della telefonata, era stata Elena a trovarla semicosciente e in lacrime sul pavimento. Sua madre, l’agente Irene Alexiou, Ispettore Capo di Nuova Atene, doveva averla allertata non appena la notizia della morte dei genitori della sua migliore amica aveva raggiunto il commissariato. Ciò aveva rappresentato per Iris l’ennesima, dolorosa, conferma che tutta quella storia non fosse solo un incubo.

«Ho incontrato Ade, stanotte» proruppe all’improvviso.
Elena si bloccò. Corrugò la fronte, sorpresa.
«Al La Rose» puntualizzò. «Era con Afrodite.»

La sua migliore amica pareva più confusa che mai. «Hai visto Ade» ripeté.
Era comprensibile che la notizia la stupisse più del fatto che Iris l’avesse menzionata proprio nel bel mezzo di un momento di fragilità: l’aspetto di Ade era sconosciuto alla maggior parte dei mortali e, per questo motivo, li incuriosiva oltremodo.

Nei due mesi trascorsi dalla morte dei genitori, Iris si era chiesta spesso se Dimitri e Katerina l’avessero visto nel momento in cui avevano abbandonato le spoglie mortali: alcuni sostenevano che Ade si recasse personalmente ad accogliere le anime dei defunti che avrebbero attraversato la soglia del suo regno – l’Oltretomba −, ripristinando quell’antica usanza quando si era sposato con Persefone.

«E…Ti sei fatta un tatuaggio in suo onore perché…?» proseguì titubante l’amica.

Iris aggrottò la fronte, guardandola come se fosse impazzita. «Un tatuaggio?»

Elena si avvicinò per sollevarle delicatamente il polso − laddove il Dio della morte l’aveva afferrata – e girarlo affinché potesse vedere con i propri occhi il piccolo bidente che aleggiava sulla parte interna del suo polso.
Uno dei simboli di Ade.

Iris rimase impietrita a fissare il marchio che spiccava sulla sua pelle candida. Pareva sbeffeggiarla nella sua sfrontatezza.

«Merda» sibilò.

 

Capitolo 8 - La partita

Iris Stare al cospetto di un Dio creava sensazioni di disorientamento e inferiorità nei mortali, tuttavia, Iris non aveva provato niente d...