Capitolo 8 - La partita

Iris

Stare al cospetto di un Dio creava sensazioni di disorientamento e inferiorità nei mortali, tuttavia, Iris non aveva provato niente di tutto ciò quando si era imbattuta per la prima volta in Ade, al La Rose. Certo, il Dio della morte era imponente e intimidatorio, ma non le aveva innescato lo stesso sentore di pericolo che avvertiva mentre Poseidone le stava davanti carezzandola con sguardo lascivo. Fortuna che c’era il bancone del Nevernight a separarli.
Si sentì mancare quando la chiamò per nome, alludendo al fatto che si aspettasse di trovarla al La Rose. Ciò significava che la stava cercando.
Ma perché?

«Sei bella come mi era stato promesso. Il che è tutto dire quando c’è di mezzo Afrodite.»

Sussultò. Afrodite l’aveva promessa a Poseidone? Cosa voleva dire?
…E dove diamine era finito Ade?

Iris interruppe i propri pensieri quando si sentì afferrare bruscamente per il polso.
«Avanti, bambolina. Vieni con me, non ho tempo da perdere.»

Lei non fece in tempo a protestare, dimenarsi e urlare perché d’un tratto Poseidone fece un salto indietro – apparendo molto buffo, data la sua mole – e si massaggiò la mano come se si fosse scottato. Mostrò una smorfia infastidita, poi la fulminò. «Cos’hai fatto, mortale?»

Corrugò la fronte. «Io? Non ho fatto niente» mormorò, frastornata da tutta la situazione.

Poseidone si avvicinò al bancone con fare minaccioso, tant’è che Iris temette che l’avrebbe scavalcato. «Non mentire.»

«Non sta mentendo, fratello» dichiarò la voce bassa e baritonale di Ade, comparso alle spalle del Dio del mare, che si voltò. «Lei non ha fatto niente.»

Se solo gliel’avessero detto pochi istanti prima, Iris non avrebbe mai creduto di poter essere tanto felice e sollevata di vederlo. Rilasciò un poco di tensione accumulata nelle spalle, specie quando il Dio della morte pronunciò la frase successiva senza battere ciglio.

«Perciò non azzardarti a toccarla.»


Ade

Poseidone lo squadrò come se fosse uno scarafaggio da schiacciare. I suoi occhi del colore del mare si agganciarono a quelli d’ossidiana del fratello maggiore, quasi a voler innescare un braccio di ferro fra sguardi.
Ade non si sarebbe lasciato intimidire facilmente, meno che mai nel proprio territorio. Poseidone era potente, certo, ma era soprattutto impulsivo. Lui, invece, preferiva giocare d’astuzia e di manipolazione, sebbene non avesse nulla da invidiargli in quanto a forza fisica.

«Ade.»

«Ben trovato, fratello. A cosa devo il dispiacere della tua presenza al Nevernight

Poseidone affilò lo sguardo. «Lo stesso dispiacere che ho provato io nello scoprire che la mortale a me destinata lavora nel tuo locale.»

Ade si accorse di un movimento repentino alle spalle del fratello: Iris si era agitata a quelle parole. Non comprendeva a cos’alludesse Poseidone e lui aveva sperato di risparmiarle quella scoperta.

Fu come se il Dio del mare gli avesse letto nella mente. Sollevò l’angolo della bocca in un sorriso furente. «Non mi dire» commentò guardandosi la mano che aveva sentito bruciare al contatto con il braccio di Iris. Si voltò di scatto verso di lei, che indietreggiò di un passo. Non fu abbastanza veloce, però, da impedirgli di afferrarla nuovamente.

«Ti ho detto di non toccarla» ringhiò Ade, rigido.

Poseidone lo ignorò. «Sei stato tu.» Ammiccò sfrontato verso la fanciulla. «Mio fratello ti ha marchiato prima che potessi farlo io» aggiunse alludendo al simbolo di Ade impresso sulla sua pelle, che stavolta si premurò di non sfiorare.

Di nuovo, Iris corrugò la fronte e cercò conferma negli occhi di Ade. Era chiaramente spaventata dal fatto di trovarsi al centro di uno scontro fra Divini, eppure sembrava riporre la propria fiducia nel Dio della morte. Almeno per il momento.
Ade annuì impercettibilmente. Vide balenare un’emozione nuova nelle iridi grige della ragazza, ma non ebbe il tempo di approfondirne la natura perché Poseidone proseguì imperterrito.

«Come se ciò bastasse a impedirmi di prendere ciò che mi spetta» ridacchiò dandole uno strattone.
Un istante dopo fu strappato via da lei e si ritrovò legato dalle ombre che Ade gli aveva scagliato addosso senza nemmeno muovere un muscolo. I suoi occhi neri, però, fiammeggiavano d’ira.
«Lasciami, Ade!»

«No.»

Poseidone si dimenò come un dannato. «Lasciami o saggerai la mia vendetta!»

«Uh che paura» cantilenò, concedendosi un sorrisino quando vide Iris sporgersi dal bancone per assistere all’umiliazione del Dio del mare.
Tornò a concentrarsi sul fratello, ormai livido di rabbia. Una volta che l’avesse liberato e cacciato dal Nevernight, non avrebbe potuto impedirgli di risalire a Iris per aggredirla e portarla nel suo regno. A meno che«Risolviamola alla vecchia maniera» propose in tono suadente.

Poseidone s’immobilizzò, punto nella curiosità. «Sarebbe a dire?»

Ade scoccò una rapida occhiata verso Iris, poi stiracchiò un sorriso ambiguo. «Giochiamocela a poker. 


Iris

Giochiamocela a poker.
Stavano davvero parlando di lei?
“Scherziamo?” pensò stizzita. Non disse nulla soltanto per evitare di peggiorare la situazione, perché poteva saggiare la potenza dei due Olimpi nell’aria. Però era furiosa e…Mortificata. Come si permettevano di considerarla una specie di premio da vincere, e perché oltretutto? Da dove nasceva quell’interesse nei suoi confronti? Era una semplice mortale come tante, avrebbero potuto avere letteralmente chiunque. C’erano donne che si sarebbero offerte volentieri per soddisfare i loro piaceri e ricevere trattamenti di favore in cambio.
Non lei.
Non perché si sentisse migliore, ma perché era diffidente. Sapeva che invischiarsi con gli Dei non portava mai a niente di buono, si finiva sempre per rimetterci qualcosa: la libertà, per esempio.
Il fatto che Ade l’avesse marchiata, però, cominciava ad assumere un significato che non si aspettava: possibile che avesse voluto accaparrarsela prima che potesse farlo a Poseidone? Stando alle parole di quest’ultimo, Afrodite doveva avergliela promessa…Come se Iris non possedesse il benché minimo arbitrio in tutto ciò.

Detestava le divinità: credevano di poter disporre dei mortali a proprio piacimento, incuranti dei loro sentimenti.
Come Ade in quel momento. Non era così stupida da non capire che avesse sfidato Poseidone a poker perché voleva evitarle di finire nelle sue grinfie; era risaputo che il Dio della morte non perdesse mai a poker – ci avevano provato in molti, mortali e immortali, tutti fallendo rovinosamente −, perciò Iris poteva considerarsi praticamente salva, ma…Non le andava giù di essere trattata alla stregua di una merce di scambio. Specie perché non aveva idea di cos’aspettarsi da lui, una volta che avesse vinto la partita.
Sempre che avesse vinto, pensò con una punta di angoscia.
Era tanto noto quanto Ade si destreggiasse nei giochi a carte, quanto Poseidone fosse vendicativo e tendesse a imbrogliare pur di vincere.

Iris osservò con disgusto il Dio del mare mentre veniva liberato dalle ombre di Ade: era sicuramente attraente, ma non poteva fare a meno di vederlo come un viscido e basta. Non gli avrebbe mai permesso di possederla. A lui né a nessun altro.
Guardò Ade, che le restituì un’occhiata tanto breve quanto penetrante. Forse voleva tranquillizzarla, ma con scarsi risultati. Iris aveva il cuore che le galoppava nel petto.

«Vieni» disse il Dio della morte porgendole la mano.

Esitò. Non ce la faceva ad accettare passivamente tutto ciò che le stava capitando. «Perché?» sbottò con voce flebile. Rivolse la sua attenzione a Poseidone, pur continuando a parlare con Ade. «Perché dovrei appartenere a qualcuno? Chi vi credete di essere?»

«Quello che siamo, bambolina» replicò il Dio del mare. «Divinità.»

Serrò i pugni. «Ciò non vi autorizza a disporre della mia vita come vi pare e piace!»

«Io credo di sì.» Poseidone fece un passo verso il bancone. «Credo anche che ti divertiresti molto con me.»

Iris avvampò di rabbia e imbarazzo. Il modo in cui il Dio della morte alludeva a ciò che voleva fare con lei la mortificò. «Sei uno schifoso…» cominciò.

A quel punto Ade si teletrasportò dietro al bancone, dove si trovava Iris, e l’afferrò delicatamente appena sopra i gomiti. «Vieni con me» mormorò, prima di scomparire con lei.


Ade

Iris profumava di rose e fresie. Una fragranza leggera, quasi invisibile. Bisognava starle molto vicino per sentirla davvero.
Ade quasi si perse in quel profumo e si riscosse soltanto quanto si accasciò fra le sue braccia. La sostenne senza fatica, rimettendola in piedi. «Stai bene?»

Batté le palpebre, gli occhi grigi leggermente disorientati. «Più o meno. Cos’hai fatto?»

«Ho teletrasportato entrambi nella sala privata in cui imbastisco partite di poker con gli ospiti speciali.»

«Consideri quel porco di tuo fratello un ospite speciale?» Si raddrizzò guardandosi intorno.

Alzò gli occhi al cielo e trattenne a stento un sorrisetto dinanzi alla sua sfrontatezza. Era ovvio che non si sentisse a disagio come con Poseidone, visto il modo in cui gli teneva testa. Per qualche motivò la cosa lo accese. «Ascoltami bene, ci resta poco tempo prima che lui arrivi.» Le prese il mento tra le dita per costringerla a guardarlo. «So che sei arrabbiata, ma devi fidarti di me.»

Inarcò la fronte, scettica. «Di te? Mi hai marchiata per…»

«…Per impedire a Poseidone di rivendicarti senza incontrare opposizioni» la interruppe in tono fermo. «Sapevo che Afrodite aveva intenzione di cederti a lui, ecco perché ti ha licenziata.»

Lo fissò inespressiva. Poi si adombrò. «Avresti potuto avvisarmi.»

«Ragazzina, ti conosco da due giorni. Non sono abituato a trarre in salvo tutte le mortali che finiscono nel mirino di mio fratello.»

Serrò le labbra, inquieta, le iridi grige emettevano scintille. «Insomma dovrei ringraziarti per aver fatto esattamente ciò che aveva intenzione di fare lui?»

«Cosa? No» ribatté, preso in contropiede.

«Tutto perché ho osato nominare la tua cara Persefone! Hai conciliato la vendetta con il piacere, marchiandomi nello stesso modo in cui avevi fatto con lei e strappandomi a Poseidone per il puro gusto di fargli un dispetto. Ma quanto siete volubili voi Dei?»

Era a dir poco stupito dalla sua reazione. D’accordo, non si aspettava gratitudine da parte di quell’insopportabile mortale – figurarsi! −, ma nemmeno una ramanzina in piena regola.
…Non che Iris avesse torto, in fondo. Ade lo sapeva ed era ciò che gli bruciava maggiormente.

Aprì la bocca per replicare, ma fu interrotto dall’arrivo di Poseidone che si teletrasportò accanto a loro. Il suo sguardo prometteva vendetta. «Volevi giocare, fratello? Allora giochiamo.»
Studiò il modo in cui teneva Iris fra le braccia e l’espressione imbronciata di lei. «Sembra avere un bel caratterino. Capisco perché ti abbia tolto dall’apatia in cui eri sprofondato dopo la partenza di Persefone. Mi fai quasi venire voglia di lasciartela.» Alzò le spalle con strafottenza. «Quasi.»

Con un ringhio, Ade allentò la presa su Iris. «Stai bene?» le chiese piano, seppur in tono distaccato.

Lei annuì. Il teletrasporto le aveva fatto girare la testa e tremare le gambe, ma adesso era in grado di reggersi in piedi da sola. A riprova di ciò, si scostò stizzita.

Il Dio della morte la lasciò fare, poi condusse Poseidone al tavolo da gioco. Il mazzo di carte era già pronto. «Ci occorrono testimoni» borbottò sedendosi e afferrando il mazzo.

Poseidone si accomodò di fronte a lui. «Abbiamo la ragazza» indicò divertito con un cenno del capo Iris, che si era seduta leggermente in disparte.

«L’oggetto della contesa non vale» proferì Ade, incurante della reazione furiosa di Iris alle sue parole. Senza nemmeno voltarsi a guardarla, aggiunse rivolto a lei: «Non provarci nemmeno. Resta dove sei.»
“Che se provi a scappare è peggio” aggiunse mentalmente.


Iris

 Iris trasalì all’ammonizione di Ade, perché l’aveva pronunciata nell’esatto istante in cui aveva preso in considerazione l’idea di fuggire mentre loro erano distratti.
Non disse nulla, limitandosi a obbedire. Sebbene fosse arrabbiata anche con lui, sentiva di potersi fidare. Quantomeno in quella specifica situazione.
Sbuffò e accavallò le gambe, allorché Ade pronunciò con voce sommessa dei nomi a lei estranei.

«Ilias, Antoni.»

Due figure maschili comparvero nell’elegante sala come se fossero state evocate.
«Ci ha convocati, mio signore?» chiese in tono ossequioso quello che sembrava a tutti gli effetti un mortale. Di bell’aspetto, ma pur sempre mortale.

«Sì, Ilias. Ho bisogno che tu e Antoni siate testimoni nella partita che sto per giocare contro mio fratello» rispose Ade pragmatico.

Studiandoli meglio, Iris si accorse che mentre Ilias appariva come un uomo elegante e di bell’aspetto, Antoni indossava una divisa da autista ed era…Un ciclope.
Inarcò la fronte incuriosita. Era la prima volta che ne vedeva uno.

Poseidone si abbandonò con la schiena nella poltrona, sbuffando. «Non è corretto che ti avvalga dei tuoi galoppini!»

Il Dio della morte lo fulminò. «Ti ricordo che sei nel mio territorio. Ma se preferisci possiamo chiamare Anfitrite ad assistere a questo bel siparietto di te che smani per ottenere una nuova amante mortale.»

Iris trasalì a quelle parole.

Poseidone, invece, avvampò di rabbia nel sentir menzionare la moglie a mo’ di minaccia. «Dai le carte» ringhio.

 

Con un sorrisetto sardonico, Ade acconsentì e la partita ebbe inizio.

Mentre le due divinità giocavano a carte come se stessero combattendo un duello, Ilias e Antoni rimasero immobili a osservarli con scrupolo, in silenzio.
Nella stanza si udiva solo il rumore delle carte.

Dal canto suo Iris non sapeva giocare a poker e non aveva idea di come funzionasse, ma a ogni nuovo passaggio di carte la tensione in lei cresceva. Sperava solo che il fatto che la carnagione di Poseidone stesse attraversando tutte le gradazioni di rosso fosse di buon auspicio e significasse che stesse perdendo.
A giudicare dall’espressione rilassata di Ade doveva essere per forza così.

Dopo un tempo che parve infinito, Ade aprì a ventaglio sul tavolo cinque carte che rappresentavano una Scala Reale e sorrise.
Poseidone, invece, emise un ringhio strozzato e con un gesto di rabbia scagliò via tutte le carte dal tavolo e scattò in piedi.

Ade aveva vinto la partita.

Aveva vinto lei.



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Capitolo 23 - Prigioniera

Come promesso, Emilio torna sul praho con un medico pronto a curare Sandokan.
«Perché ci hai messo tanto?» lo aggredisce Yanez appena sale a bordo, afferrandolo per la collottola.

Il giovane pirata si ritrae senza stizzirsi, dando adito al fatto di essere abituato ai suoi modi bruschi. «Perché la foresta e il villaggio brulicano di uomini di Lord Brown» ribatte indicando Laura con un cenno del capo. «Non è stato facile passare inosservato…Né convincere quest’uomo a seguirmi» aggiunge riferendosi al dottore.

Il Portoghese soffoca un ringhio, dopodiché afferra un sacchetto di iuta pieno zeppo di monete e lo scaglia in malo modo verso il medico, che lo afferra e se lo rigira perplesso fra le mani. «Te ne do un altro se curi il mio Capitano. Altrimenti butto in mare te e quelle stramaledette monete.» Il tono aggressivo tradisce una profonda preoccupazione per quello che considera a tutti gli effetti un fratello.

Laura lo sa, lo capisce, e ciò concorre ad alimentare la paura per le condizioni di Sandokan.
Mentre attendevano con trepidazione l’arrivo del dottore si è premurata di pulirgli la ferita e fasciarlo stretto, ma ciò non ha impedito che diventasse sempre più pallido e taciturno.
Sentendosi impotente dinanzi alla consapevolezza di non poter fare altro, Laura gli ha tenuto la mano per tutto il tempo, scostandogli i capelli dalla fronte e tamponandogli il viso sudato con una pezza umida.
Pregando.
Yanez aveva vigilato alle sue spalle per tutto il tempo, aiutandola nella fase di pulizia della ferita tenendo fermo Sandokan, che altrimenti si sarebbe contorto dal dolore.
«Resisti, ti prego» aveva sussurrato con voce talmente bassa da essere convinta di averlo solo pensato.
Invece la mano di Sandokan aveva stretto impercettibilmente la sua. «Ci proverò» aveva risposto piano.

Il dottore entra nella cabina e si accosta a lui, esaminando la ferita. «Complimenti a chi l’ha pulita, mi ha certamente semplificato il lavoro.»
Laura e Yanez si scambiano uno sguardo complice.
«Devo estrarre la pallottola, altrimenti s’infetterà e peggiorerà» prosegue in tono fermo. Poi si volta. «Mi occorrono acqua calda e pezze pulite.»

Laura accorre con tutto il necessario, che ha preparato prima del suo arrivo per non sprecare minuti preziosi.

Il dottore la guarda perplesso, forse ha intuito chi lei sia. Tuttavia sceglie di non porre domande scomode. «Ve la sentite di aiutarmi, Milady?»

Annuisce senza esitazione.

«Qualcuno deve tenerlo fermo. L’operazione di estrazione è delicata e gli procurerà un intenso dolore.»

Laura si sforza d’ingoiare la tensione.
Si volta verso Yanez, rigido sulla soglia della porta, che capisce al volo. Si avvicina a Sandokan, apparentemente inerme nel suo giaciglio, e si toglie uno spesso bracciale in cuoio che gli infila tra i denti. «Mordi questo, fratellino. Farà un po’ male.» sussurra in tono dolce, così distante dalla sua apparenza burbera che Laura quasi si commuove. Poi il Portoghese gli blocca i polsi e il petto per impedirgli di dimenarsi e annuisce verso di loro.

«Bene» mormora il medico impugnando una pinza sterilizzata del suo piccolo arsenale. «Cominciamo.»

*** 

I giorni successivi all’estrazione della pallottola sono i peggiori. Sebbene l’intervento sia andato bene – o, almeno, così sembra −, Sandokan viene colto da una febbre che lo indebolisce e lo fa delirare.
Nel frattempo Yanez dà ordine di salpare subito dopo aver scaricato il dottore, per evitare che il praho venga infine individuato dal Capitano Brooke e dal padre di Laura.

Lei rimane a bordo senza quasi rendersene conto, senza riflettere davvero sulla portata della sua decisione. Anche perché non ha deciso nulla; semplicemente non può permettere a Sandokan di morire, poco importa quanto l’abbia ingannata. Ciò non le impedisce di amarlo, purtroppo.

Yanez sopraggiunge sulla soglia della cabina e osserva Laura accucciata sul pavimento, la testa appoggiata alla branda su cui giace un Sandokan pallidissimo.
Ingoiando la il grumo di preoccupazione per l’uomo a cui vuole più bene al mondo, il Portoghese entra nel piccolo locale stantio e apre un oblò. «Bisogna far circolare un po’ d’aria qua dentro» commenta in tono burbero.
Si volta verso di lei, che non si è mossa. Osserva il suo abito pervinca tutto sporco e strappato in più punti, i capelli scarmigliati e la pelle graffiata, probabilmente durante la fuga nella giungla. S’impietosisce per quella giovane nobildonna che, nonostante sia abituata a una vita di prim’ordine, è così preoccupata per Sandokan da non curarsi delle condizioni in cui versa.
«Milady» la chiama in tono dolce.

Laura volta la testa per guardarlo. I grandi occhi castani, da cerbiatta, sono segnati dalla preoccupazione e dalla mancanza di sonno.

«Dovreste riposare.»

«Lo sto facendo.»

A Yanez sfugge un sorriso. “Così impertinente, così orgogliosa”.  Capisce sempre più perché piaccia tanto al suo fratellino.
«Fuori ci sono delle amache in cui riposano gli altri pirati. Potreste…»

«No.»
Si rannicchia ancor più vicino a Sandokan, come a voler trovare protezione e conforto nel corpo esanime, certo, ma pur sempre possente di lui.

Allora Yanez capisce: Laura ha il timore di restare da sola con tanti uomini che non conosce, delinquenti per quel che ne sa. Decide di non insistere e rispettarla senza deriderla. «Come preferite, Milady.»
Non chiede se voglia sgranchirsi le gambe: sa che non accetterebbe mai di abbandonare il capezzale di Sandokan.

«Chiamami Laura» mormora invece.

Il Portoghese si blocca. Stiracchia un sorriso sorpreso. «Volentieri…Laura.» Poi imbocca l’uscita della cabina.

***

Trascorrono altri giorni e finalmente la febbre di Sandokan comincia ad abbassarsi. Oltre a seguire le indicazioni del medico che gli ha estratto la pallottola, Laura ha chiesto a Yanez di attraccare il praho presso una zona vergine della giungla malese dove sa di poter trovare una pianta dotata di effetti curativi e antinfiammatori.
Per un breve istante il Portoghese esita, temendo che la giovane voglia scappare. Ma poi gli basta rammentare il modo in cui è rimasta accanto a Sandokan per tutto il tempo per rendersi conto che Laura non lo farebbe mai.

Laura raccoglie la pianta e ne ricava un decotto che somministra a Sandokan anche contro la sua volontà, perfino quand’è incosciente.
E funziona.

Un mattino in cui è mezza addormentata al suo fianco, accucciata sul pavimento, sente una mano sfiorarle i capelli. Solleva faticosamente le palpebre, poi la testa.
E lo vede.
Finalmente lucido e senza febbre.
«Ciao, piccola volpe» mormora.

Gli occhi di Laura si riempiono subito di lacrime.

Le accarezza la guancia con le nocche. «Sospetto che ci sia il tuo zampino se non sono morto stecchito dalla febbre.»

Sorride ed è bellissima, nonostante l’aspetto trasandato. Gli afferra la mano, la stringe.
La sua espressione, però, muta a rallentatore, come se all’improvviso fosse stata assalita da un brutto ricordo. Le sue menzogne. Il tradimento.

Sandokan se ne accorge, ma prima che possa dire qualsiasi cosa Laura lo precede. Scatta in piedi e chiama forte il Portoghese. «Yanez!»

Lui arriva subito, timoroso che sia successo qualcosa di brutto e appena vede Sandokan sveglio si scioglie. Prima si accascia a terra, poi gli si butta addosso dimenticandosi che è ancora convalescente.

«Ouch! Razza di bastardo, mi fai male!» ride Sandokan.

«Bastardo tu, che a momenti ci lasci le penne e mi abbandoni!»

Laura arretra silenziosamente fino a uscire dalla cabina, lasciandoli soli. Cammina piano verso il parapetto del praho, osservando il mare sconfinato che li circonda per la prima volta da quando è lì.
E realizza.
Finalmente si concede il lusso di comprendere quel che ha fatto, dove si trova; matura la consapevolezza di essere in trappola.
Prigioniera.
Trattiene il fiato. Come ha potuto abbandonare ciò che le era caro per imbarcarsi su una nave pirata? Certo, l’ha fatto per seguire l’uomo che ama e che stava per morire…Ma ciò non toglie che le abbia sempre mentito, che intendeva rapirla per vendicarsi di suo padre.
Per amore di Marianna.

Si accascia sul pavimento e si copre il viso tra le mani, abbandonandosi a un pianto a dirotto.
Ha seguito il cuore, ma non è cambiato nulla: è ancora la figlia dell’uomo che Sandokan odia e gli si è volontariamente offerta come merce di scambio per i propri porci comodi.
Come ha potuto essere così stupida?

Un rumoreggiare di voci esultanti e mani che applaudono attira la sua attenzione. Solleva la testa e scorge Sandokan uscire sul ponte principale sorretto da Yanez, acclamato dalla sua ciurma. Erano davvero preoccupati per le sue condizioni, Laura glielo ha letto in faccia ogni singolo giorno in cui il loro Capitano non migliorava. E lo percepisce adesso che li osserva avvicinarsi a lui e trattarlo con lo stesso riguardo che userebbero nei confronti di un bebè.

Si ritrova a sorridere intenerita, suo malgrado. Poi, però, gli occhi scuri di Sandokan incontrano i suoi e le labbra di Laura tornano a formare una linea sottile. Distoglie lo sguardo.

Yanez lo aiuta a barcollare fin da lei, sostenendolo senza indugio.
«Sei crudele a farmi camminare per venire da te, tenendo conto che sono reduce da uno sparo e da una brutta febbre» cerca d’ironizzare Sandokan.

Laura incrocia le braccia al petto come a volersi proteggere. «Nessuno ti ha chiesto di farlo.»
Prende fra le dita un lembo strappato di quello che un tempo era stato un magnifico vestito e solo allora sembra notare di indossare un cencio logoro.

Sandokan sospira. «Lo so, ma voglio ringraziarti. Se non fosse stato per te non sarei qui. Yanez mi ha detto del decotto.»

Si stringe nelle spalle sottili e tremanti, fingendo un’indifferenza che non prova. «È stato divertente costringerti a ingoiarlo. Peccato che non te lo ricordi.»

Gli scappa un sorrisino divertito. Poi si rivolge a Yanez. «Lasciami.»

«Ma non ti reggi in piedi! Come…»

«Mi aiuterà lei.»

Laura solleva lo sguardo di scatto. «No.»

«Hai fatto tutta questa fatica per rimettermi in sesto e adesso mi lasceresti cadere come un baccalà?»

Lo fissa, incapace di ridere. «So che vuoi parlare. Ma non sono pronta per questa conversazione» ammette con voce rotta.

Qualcosa di molto simile al rimorso attraversa gli occhi di Sandokan. «Piccola volpe…»

Solleva una mano per zittirlo. «Hai ottenuto quel che volevi: sono qui, sul tuo praho. Hai realizzato la vendetta che tanto bramavi, no?»

«No, io…Cioè, sì, ma…» Sospira.

«Forse nemmeno tu sei pronto per questo genere di conversazione, visto che sei appena resuscitato» s’intromette Yanez. «Dovreste riposare entrambi. E mangiare.» Osserva Laura con occhio critico.

«Non ho fame. Posso avere una coperta?»

«Una coperta?» chiede Sandokan.

Assentisce. «Per dormire.»

«Puoi stare nella mia cabina.»

«No, io…Una coperta basterà. Vorrei solo…Ecco…Se potessi stare lontana dagli altri pirati» sussurra. «Il pavimento andrà benissimo. Solo non…Non lasciarmi in mezzo a loro…»

Lo sguardo di Sandokan s’indurisce. Se crede che le permetterà di dormire per terra e per di più alla mercé di uomini che di rado vedono una donna si sbaglia di grosso; il semplice fatto che l’abbia pensato l’offende. «Dormirai nella cabina del Capitano» proferisce secco. «È un ordine.»

Laura solleva il mento, altera. «Non puoi obbligarmi.»

«Dici? È il mio praho e tu sei mia prigioniera.»

Quelle parole sortiscono l’effetto sperato. Lei lo fulmina e allunga le mani verso di lui. «Vuoi anche legarmi, per caso?» ringhia.

«No, a meno che lo renderai necessario.» Non batte ciglio dinanzi alla sua collera. «Fila in cabina.»

Laura obbedisce, ma solo perché non vuole più starlo ad ascoltare. Ogni sua parola è una coltellata al cuore e all’orgoglio già ferito.

Sandokan la osserva allontanarsi mentre una punta di rimorso lo assale.

Yanez gli stringe la spalla. «Sai» esordisce in tono leggero. «Credo che avresti potuto aspettare ancora qualche giorno prima di giocarti la carta della prigioniera. In fondo ti ha appena salvato la vita.»

«Lo so. Ma è testarda come un mulo e non si sottomette se…»

«Ah adesso vuoi sottometterla?» Inarca la fronte, scettico.

Lui scuote la testa, risentito. «No. Voglio solo proteggerla e…»

«E?»

«Farmi perdonare.» Sospira affranto.

Il Portoghese sfodera un sorriso beffardo. «Allora potresti portarle qualcosa da mangiare, visto che in questi giorni ha a malapena toccato cibo.»

Sandokan annuisce.
Pensa a Marianna, a quant’era tutto più facile con lei nonostante le circostanze avverse.

Ma Laura non è Marianna. Non lo sarà mai.



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Capitolo 7 - Nevernight

 Iris

 Si può sapere perché sei a torso nudo?
Le guance le andarono a fuoco al ricordo delle proprie parole, tant’è che dovette interrompersi dal mettere il mascara. Il suo riflesso nello specchio le restituì uno sguardo corrucciato e colmo d’imbarazzo per sé stessa.
Perché diamine gli aveva posto quella domanda? Non doveva stupirsi se Ade le aveva risposto con un sorrisetto compiaciuto: “Per farmi guardare in quel modo da te”. Poi era scomparso nell’oscurità del Nevernight. Iris non ci credeva, anzi, pensava addirittura di averlo interrotto durante qualche attività di sollazzo con qualche bella ninfa. E non avrebbe saputo dire il motivo per cui l’idea la infastidisse.
Era stato più forte di lei sbottare, anche perché era stato pressoché impossibile non fissargli i muscoli definiti e pallidi per tutto il tempo della conversazione che avevano avuto nel suo ufficio.

Fatti trovare qui mezz’ora prima dell’apertura del locale…
…Perché lo dico io. E perché hai il mio marchio”.

Con un ringhio sommesso riprese a truccarsi. Che le piacesse o no, Ade aveva ragione: finché portava il suo marchio non poteva sfuggirgli. Non in eterno, almeno.
E poiché l’aveva invitata al suo locale, tanto valeva andarci con un abbigliamento consono. A nulla sarebbe valso presentarsi in tuta se non a farsi notare di più; quanto al Dio della morte, probabilmente se ne infischiava del look che decideva di sfoggiare.

La porta del piccolo bagno si aprì ed Elena comparve sulla soglia. Si bloccò quando la vide. «Wow! Stai uscendo?»
Iris annuì scontrosa, per nulla sorpresa dal suo entusiasmo. Da quand’erano morti i suoi genitori aveva a malapena messo il naso fuori di casa e solo per recarsi in università, a fare la spesa e al lavoro. Avendo perso quest’ultimo, le possibilità di avere interazioni sociali erano notevolmente diminuite ed ecco spiegato il sollievo di Elena nel vederla agghindarsi dopo mesi di felponi e jeans.
«Avevo capito che Afrodite ti avesse licenziata.»

Iris annuì di nuovo, richiudendo il mascara con un piccolo scatto. «Infatti.»

«Allora dove te ne vai così bella preparata? L’unico posto per cui ti truccavi era il La Rose.» D’un tratto Elena andò in fibrillazione. «Con chi esci

Lei mantenne l’espressione indecifrabile mentre si frizionava i lunghi capelli castani ondulati. «Vado al Nevernight

«Al Nevernight? Come hai fatto? C’è una lista d’attesa lunga mesi, come…?» S’interruppe e notò l’esitazione di Iris nel proseguire. «Aspetta…Con chi hai detto che ci vai?»

«Non l’ho detto.»

Seguì un silenzio carico di attesa.

«E?»

«Cosa?»

«Me lo dici o no con chi esci?»

«Con nessuno.» Le rivolse un sorrisetto sornione attraverso lo specchio. In fondo non era una bugia.

Elena non ci cascò. Si puntò le mani sui fianchi. «In che senso? Non hai un appuntamento?»

Le sfuggì una risata sprezzante. «Al Nevernight? Per carità!»

«C’è chi ucciderebbe per andarci almeno una volta. Io, per esempio.»

Iris si morse la lingua. Quella sera avrebbe voluto l’amica al proprio fianco più di qualunque altra cosa al mondo, ma aveva il dubbio che il favore concessole da Ade non le permettesse di portare qualcuno con sé. Inoltre ancora non sapeva con quale scopo l’avesse convocata.

Elena se ne accorse e corrugò la fronte. D’un tratto parve capire. «Oh…No.» Scosse la testa, come a voler scacciare un brutto pensiero. «Non dirmi che è ciò che temo.»

«Sarebbe a dire?» chiese con finta nonchalance.

«Ha a che fare con il marchio di Ade che porti sul polso?» La fissò. «L’hai incontrato! Per quello vai al Nevernight

Iris sollevò gli angoli della bocca in una smorfia tirata. «Essere tua amica richiede un bassissimo dispendio di energie, visto che capisci tutto da sola.»

«Quindi è così? Sei andata dal Dio della morte? Cioè, tu hai visto Ade?!»

Annuì.

Dal susseguirsi repentino di espressioni sul viso di Elena, era ovvio che avrebbe voluto farle un milione di domande. Alla fine optò per quella più ovvia e banale. «Lui com’è?»

“Un manzo da paura. La parola divino è stata inventata pensando a lui, poco ma sicuro” avrebbe voluto rispondere Iris. Invece si schiarì la voce e fece spallucce. «Un tipo.»

Elena incrociò le braccia al petto e sollevò un sopracciglio, squadrandola con la miglior espressione da non ci casco, mia cara. «Un tipo, eh?»

Uscì dal bagno senza degnarla di uno sguardo. «Sì, un tipo. Adesso scusa, devo andare» borbottò afferrando la giacca e affrettandosi verso la porta.

«Scappa, scappa. Dovrai pur tornare, prima o poi» sorrise Elena osservandola fuggire.

Scampata all’interrogatorio dell’amica, Iris s’incamminò verso il Nevernight e, una volta che fu di fronte alla porta sigillata esitò. Mancava circa mezz’ora all’apertura, proprio come aveva ordinato Ade, e una discreta coda di potenziali clienti si stava già formando nello spiazzo antistante il locale.
Iris si succhiò il labbro, poi si avvicinò e d’un tratto si ritrovò all’interno dell’elegante ingresso che aveva avuto modo di varcare poche ore prima. Inarcò la fronte, sorpresa. Ci era riuscita, era dentro.
Fece appena in tempo a sfilarsi la giacca e domandarsi da che parte andare, che Ade le comparì davanti facendola sobbalzare.

«Buonasera Iris.» L’afferrò per il braccio prima che cadesse all’indietro e stiracchiò un sorriso pigro. «È l’emozione di rivedermi?»

Lei si schermì subito. Mannaggia a lui e al teletrasporto! «Sono qui come da accordi. Adesso mi dici che razza di patto vuoi stringere con me?»

Ade affilò lo sguardo, ma non lasciò trasparire la benché minima emozione. La scrutò dalla testa ai piedi. «Sei molto elegante.»

Suo malgrado, avvampò e si detestò per questo. «Il tuo locale non è famoso per essere una bettola.»

«No, infatti. Ciononostante non pretendo che i miei dipendenti ostentino le proprie grazie per attirare un maggior numero di clienti come, invece, richiede Afrodite.» La inchiodò con lo sguardo ossidiana. «Non ne ho alcun bisogno. Avrai notato anche tu la folla che si sta assiepando qui fuori.»

Annuì distrattamente. Poi batté le palpebre, riflettendo sulle sue parole. «Fermo, aspetta…Hai detto dipendenti

«Sei stata licenziata dal La Rose.» Ade sostenne il suo sguardo. «Quindi ti assumo io.»

«Cosa?»

«Credevo che avessi bisogno di lavorare.»

«Sì, ma…»

«Sostieni che Afrodite ti abbia congedata a causa mia, no?»

Annuì e aprì la bocca per ribattere.
Ade, però, glielo impedì. «Molto bene, allora benvenuta al Nevernight. Ti sei appena guadagnata un mese di prova come barista al bancone.»

Iris corrugò la fronte. «Mi hai marchiata per questo? Per assumermi

«Lascia stare il motivo per cui ti ho marchiata» disse, sventolando una mano come a voler scacciare una mosca fastidiosa. Le voltò le spalle, incamminandosi verso la sala principale del Nevernight.

«Come lascia stare?! Tu non…»

«Iris.»
La voce baritonale del Dio della morte l’ammutolì tanto quanto lo sguardo perentorio che le scoccò da dietro la spalla.
«Hai perso i tuoi genitori e hai bisogno di lavorare. Permettimi di aiutarti senza lamentarti troppo.»

Sentirlo menzionare la sua situazione le provocò una fitta di dolore che, però, si rifiutò di mostrare. «Avevi parlato di un patto» insisté serrando i pugni.

«Cos’è un contratto lavorativo se non un patto siglato da due persone?»

«Primo: non firmato alcun contratto…»
Ade ammiccò verso il simbolo del bidente impresso sulla sua pelle e Iris digrignò i denti.
«…Secondo, io sono una persona. Tu sei un Dio. C’è un certo squilibrio di potere, non trovi?»

«Perché, Afrodite cos’era?»

Colpita e affondata.
Iris sbuffò. «E va bene.» Lo seguì controvoglia, perché che le piacesse o no aveva davvero un disperato bisogno di lavorare. Altrimenti come avrebbe fatto a mantenersi, a vivere? Non poteva sempre contare sull’aiuto di Elena.

Mai avrebbe pensato di affidarsi a colui che le aveva tolto tutto, ma al momento non aveva alternative migliori.

Ade

Soffocò un sorriso trionfante quando lei lo seguì.
La condusse nella sala principale del Nevernight, dove troneggiava un elegante bancone di marmo nero e lucido. Alcune ninfe minori che lavoravano per Ade erano già intente a lucidare i bicchieri e a preparare tutto il necessario per la serata. Sollevarono lo sguardo quando lo sentirono fare il suo ingresso, dopodiché gli rivolsero un rispettoso cenno con la testa. «Lord Ade.»

Ricambiò il saluto, ma fu la reazione di Iris ad attirare la sua curiosità. Sebbene si trovasse alle sue spalle, non gli fu necessario voltarsi per cogliere la sua espressione: la percepì distintamente. Si voltò per affrontarla. «Qualcosa non va?»

«No. Niente» borbottò.

Ade alzò gli occhi al cielo, come se avesse a che fare con una bambina capricciosa. «Iris.»

I grandi occhi grigi della mortale saettarono verso di lui.

«Ti ricordi, vero, che posso riconoscere le menzogne a chilometri di distanza?»

«Ah già.»

“Fregata”. Sorrise un po’ di più vedendola incrociare le braccia al petto a disagio, come se fosse stata colta sul fatto. «Quindi?»

Sbuffò. «Vuoi farmi lavorare con le ninfe? Davvero?»

Ade sollevò il sopracciglio, genuinamente perplesso. «Qual è il problema?»

«Sono ninfe!» Dinanzi al suo sguardo incerto, emise un verso esasperato. «Hai presente di cosa voglia dire lavorare al loro fianco? Io sono una banalissima mortale!»

Una banalissima mortale: insicurezza.
Mantenne lo sguardo imperscrutabile per una manciata di secondi, poi lo distolse da lei e decise di ignorare il suo commento. «Vieni, ti do qualcosa di più appropriato.»
Le fornì una divisa identica a quella degli altri membri dello staff, costituita da camicetta e pantaloni neri, eleganti.
«I capelli puoi portarli come preferisci. Tutte le donne che lavorano per me sono protette e tutelate da qualsivoglia forma di…Fastidio procurato da clienti inopportuni. Ad ogni modo non esitare a chiamare la sicurezza, se ti senti a disagio o in difficoltà.»

Iris lo guardò per la prima volta senza fulminarlo da quando si erano incontrati. «Oh. Grazie.»

Stupore. Era chiaro che non si aspettasse quel genere di trattamento.
Ade sorrise impercettibilmente. «Più tardi discuteremo del contratto…E del patto legato a quel marchio.»

Stavolta assentì senza protestare, poi si strinse al petto la divisa. «Dove posso cambiarmi?»

Esitò un attimo. Al Nevernight lavoravano soltanto ninfe e creature mitologiche, perciò non c’erano dei veri e propri stanzini adibiti al personale. «Puoi andare nel mio ufficio.»

Corrugò la fronte, sospettosa.

Ade sospirò. «Non ho bisogno di certi giochetti per vederti nuda. Su, vai a indossare la divisa e raggiungi la tua postazione, da brava» la punzecchiò allontanandosi con un ghigno.

Iris fece per incamminarsi verso le scale che portavano al suo ufficio, ma poi si bloccò. «Ehi! Cosa vuol dire che non hai bisogno di certi giochetti per vedermi nuda? Ade?!»

Iris

Sebbene la serata avesse assunto una piega differente da quella che si era aspettata recandosi al Nevernight, Iris si trovò bene a lavorare per Ade.
Certo, le ninfe che stavano con lei dietro al bancone erano inquietanti per quant’erano belle e algide, tuttavia le fornirono le indicazioni necessarie a raccapezzarsi in fretta. Inoltre, a giudicare da come la trattavano i clienti che erano riusciti ad affluire nel locale, doveva essersi integrata bene al punto da confondersi tra di loro: erano tutti molto riguardosi, non indugiavano troppo a fissarla. D’altronde era risaputo che Ade pretendesse rispetto per le donne.
Iris gettò una rapida occhiata verso il piano di sopra, dove si trovava il suo ufficio: chissà dov’era finito il Dio della morte, non l’aveva più visto dopo che le aveva dato la divisa da indossare.

Ad ogni modo filò tutto liscio, almeno fino a quando un avventore dall’aria arrogante, una fisicità imponente e occhi azzurri come il mare s’impose di fronte a lei, appoggiandosi al bancone con entrambe le braccia come se fosse il padrone del locale. Le rivolse un’occhiata deliberatamente sfrontata, squadrandola dalla testa ai piedi. Poi si passò una mano fra i capelli biondi e sorrise lascivo. «Beh? Non mi dai da bere?»

Iris s’irrigidì dinanzi al tono maleducato. «Prima dovrei sapere che cosa vuoi.»

«Dicono che tu sia imbattibile a preparare i Manhattan. Fammene uno, va.»
Studiò ogni suo movimento, incuriosito e vagamente deliziato. Mai nella vita avrebbe pensato di sentirsi grata ad Ade per averle concesso una divisa.
«Credevo di trovarti al La Rose, piccola mortale. Iris, giusto?» Rise di gusto quando le scappò il bicchiere di mano. «Immagina la mia sorpresa quand’ho saputo che lavori nel locale di mio fratello.»

«Come sai il mio…» Si bloccò. «Tuo fratello
Lo studiò a fondo. E finalmente comprese.
Aveva visto abbastanza raffigurazioni di Zeus per sapere che quello che aveva davanti non era il re degli Dei, bensì il fratello di mezzo della triade olimpica.

«Poseidone» sussurrò senza fiato.



Wonder - K. J. Aline

 
Tutti dovrebbero dare una possibilità a questo bellissimo retelling di Alice nel Paese delle meraviglie, è una vera chicca.
Mi piace il fatto che si tratti di una rivisitazione in chiave contemporanea dove, però, permangono gli elementi fondamentali dell'opera di Lewis Carroll: i personaggi, la follia e il percorso di crescita di Alice.

La protagonista ha vent'anni, ma non ha ancora scelto cosa fare né chi diventare nella vita, sebbene la madre le stia con il fiato sul collo in tal senso: lavora presso una piccola libreria indipendente in cui non entra mai nessuno, fino al giorno in cui un guasto tecnico la mette di fronte alla necessità impellente di trovare un posto in cui stare. E' così che finisce al Mad Ink, lo studio di tatuaggi in cui lavora Kane, detto Cap, in cui si era già imbattuta precedentemente. Viene subito accolta da una piccola comitiva di personaggi veramente deliziosi, che ricalcano la combriccola del tè di Carroll, con cui Alice smetterà di sentirsi fuori posto (una costante della sua vita), capirà ciò che ama fare e troverà un posto da chiamare casa, con persone che diventeranno la sua nuova famiglia.
Dall'altra parte c'è Cap, assillato da demoni interiori legati al suo passato che lo portano a chiudersi in silenzi carichi di significato, a celare il proprio sguardo – fonte di timore per chiunque lo incroci – calcandosi un cappellino sulla testa e, soprattutto, a farsi manipolare da Vera, detta Queen (vi ricorda qualcuno?), che trae soddisfazione dall'averlo in pugno e isolarlo da chiunque dimostri di tenere a lui.

Non voglio svelare altro della trama, ma ci tengo a sottolineare quanto lo stile dell'autrice sia scorrevole e contrassegnato da un'ottima capacità descrittiva, che non indugia in sterili resoconti al limite della noia, bensì evoca nella mente del lettore attraverso immagini nitide e richiami di piccoli gesti che emozionano e mostrano ciò che sta avvenendo fra le pagine.
I personaggi sono delineati benissimo: i miei preferiti sono Cap (ovvio), seguito dai membri della pazza combriccola del Mad Ink, ciascuno dei quali costituisce la spalla comica in grado di offrire spunti di riflessione tanto ai protagonisti quanto al lettore.
Alice, che rischiava di finire nel marasma di eroine "io sono diversa dalle altre" è adorabile, pura, degna del nomignolo affettuoso che le verrà affibbiato dai ragazzi del Mad Ink: Meraviglia, per il modo in cui osserva il mondo e si stupisce sempre di ciò che la circonda. Mi sono affezionata molto a lei.
La componente romance è presente, ma non stucchevole: lo slow burn è pazzesco, caratterizzato da una tensione costante, ma non per questo invadente nei confronti della trama e del percorso di crescita di Alice e di Cap, che rappresenta il nervo centrale della storia.

Ho amato tutto: la trama, i personaggi, il messaggio implicito della storia. Questa lettura è stata un vero balsamo per la mia anima e, come spesso accade con i libri, è capitata proprio al momento giusto.

Il mio voto: 🌟🌟🌟🌟🌟



Stella oscura e selvaggia - J. Fiorentino


Non so come dirlo, mi sembra quasi assurdo sebbene si tratti di una specie di dejà vu con questo autore: non solo non mi è piaciuto il libro in questione, sequel di un romanzo a cui diedi addirittura cinque entusiastiche stelline, ma...Non l'ho proprio finito. La cosa mi rattrista perchè avevo aspettative altissime, invece ho rischiato di incagliarmi nel blocco del lettore.
Come al solito, nulla da dire sullo stile di J. Fiorentino, anche se a questo punto comincio a pensare che io debba prenderlo a piccole dosi. O fermarmi ai suoi primi romanzi di saghe/dilogie.
Insomma, non saprei nemmeno spiegare bene di cosa parla Stella oscura e selvaggia, perché ho proprio faticato a comprendere il percorso intrapreso dalla trama, figurarsi il fine.
La protagonista, che nel primo romanzo di Villain and Lost mi era piaciuta, qui mi è stata antipatica fin dalle prime pagine; perfino il personaggio di Peter mi è sceso molto.
Il problema, ripeto, è che ho riscontrato molta confusione negli intenti sia dei personaggi sia dell'autore; è come se abbia tirato la trama per le lunghe soltanto per scrivere un secondo libro quando, invece, poteva benissimo fermarsi al primo. Un vero peccato, sono davvero delusa.

Il mio voto: 🌟



A Treachery of Swans - A. B. Poranek

Un altro gioiellino sfornato da quella che ad oggi considero una della penne più interessanti nel panorama delle autrici di nuova generazione.
Io amo, AMO lo stile di scrittura della Poranek: è così elegante, magnetico, ricercato senza scadere nell'aulico pesante.

Questo libro ha un solo "difetto": viene dopo l'enorme successo di Where the Dark Stands still - La foresta dell'amore eterno, che ormai è fra i miei libri preferiti di sempre e perciò difficilmente eguagliabile.
A parte ciò, A Treachery of Swans è un romanzo molto bello e intrigante, un retelling del Lago dei cigni che mi ha stupito e che all'inizio non mi attirava granché. Invece consiglio a tutti di dargli una possibilità.

La protagonista, Odile, è cresciuta con il padre, uno stregone vendicativo che l'ha allevata con un unico scopo: intrufolarsi nel palazzo reale per impadronirsi della corona del re, un antico manufatto in grado di ripristinare la magia che duecento anni prima fu sottratta da una dea. Per assolvere la missione, Odile deve assumere le sembianze di una nobile e la sua scelta ricade su Marie, che trasforma in cigno per rubarne l'identità. Tuttavia Odile prova una profonda attrazione per la principessa cigno e ben presto decide di allearsi con lei per venire a capo del mistero che si cela dietro alla corona, i piani del padre e le voci che insinuano che in realtà il re sia una bestia.

La trama è originale, soprattutto per quanto concerne la descrizione del sistema magico che è molto interessante e inusuale.
La componente amorosa è carica di tensione, ma non eccede mai a discapito della trama e della rappresentazione dei personaggi.
Contro tutti i pronostici, ho amato molto il Delfino, così trasparente e puro nella sua ingenuità, e Marie, che mi ha attratta a sé al pari della protagonista.
Conoscendo l'autrice – complice anche il titolo – ho temuto il peggio...E non è che non ci sia la tragedia, badate bene, ma diciamo che stavolta la Poranek si è trattenuta dal farci soffrire disperatamente: ci fa soffrire e basta.

Il mio voto: 🌟🌟🌟🌟





Capitolo 8 - La partita

Iris Stare al cospetto di un Dio creava sensazioni di disorientamento e inferiorità nei mortali, tuttavia, Iris non aveva provato niente d...