Tutto iniziò
come l’ultima volta, ovvero con la Morte che incontrava l’Amore.
Ade non
avrebbe mai creduto che avrebbe accettato un invito da parte di Afrodite,
oltretutto nel suo locale e per un appuntamento in amicizia.
Amicizia. Una parola che Ade dedicava a
pochi, pochissimi fidati e che non avrebbe mai pensato di usare in riferimento
alla Dea dell’amore, che per tanti millenni aveva disprezzato.
Almeno
fino a quando Persefone aveva rivoluzionato il suo mondo, affetti compresi.
Una
fitta di dolore gli trapassò il petto al pensiero della Dea della Primavera.
Sua
moglie.
O forse
avrebbe dovuto dire ex moglie, sebbene non avessero ancora divorziato.
Di
fatto lei l’aveva lasciato.
Da
tempo non era più la stessa e ben presto aveva espresso la necessità di abbandonare
l’Oltretomba per tornare a vivere nel regno mortale, come faceva prima che Ade
la incontrasse.
Era una
Dea minore, figlia di Demetra, ma non si era mai sentita davvero tale a causa
dell’atteggiamento sminuente che la madre aveva sempre attuato nei suoi
confronti, inibendone il potenziale magico; ciò a causa dell’insindacabile
profezia delle Moire che l’avevano predestinata al Dio della morte, detestato a
tal punto da Demetra che aveva cercato in ogni modo di tenere Persefone lontana
da lui.
Alla
fine pareva esserci riuscita.
Lei e
Ade si erano innamorati e sposati, salvo separarsi dopo le tremende
vicissitudini della seconda Titanomachia che li aveva dilaniati dentro.
Così,
adesso era lì, sulla soglia illuminata del La Rose, il locale di
Afrodite.
Fece
una smorfia al ricordo dell’ultima volta che era stato lì: vi si era recato per
recuperare Persefone in palese stato di ebbrezza dopo che Adone, il favorito di
Afrodite, l’aveva drogata.
Serrò i
denti e sistemò la giacca del completo scuro che lo vestiva a pennello,
conferendogli il consueto aspetto austero e sensuale che era solito sfoggiare.
Decise
di ricorrere al potere dell’invisibilità per insinuarsi nel locale senza
destare attenzioni. Era sempre stato oggetto della curiosità dei mortali a
causa della sua inclinazione a mostrarsi di rado in pubblico, figurarsi adesso
che la notizia della sua separazione da Persefone era trapelata.
Camminò
rasente la parete illuminata da fastidiosi neon rosa fino all’elegante bancone
di marmo lucido, dietro il quale una giovane mortale stava preparando cocktail
elaborati con grazia pressoché divina. D’istinto Ade si chiese se fosse una
ninfa, ma sapeva che se lo fosse stata Afrodite non l’avrebbe mai assunta per
lavorare nel proprio locale con il rischio che offuscasse la sua bellezza
eterea.
Non che
quella mortale fosse da meno, comunque. Ade rimase incantato un istante di
troppo a fissarla, completamente ignara di essere osservata da un Dio celato
dal potere dell’invisibilità.
Sembrava la rappresentazione vivente di una perla, con quell’incarnato pallido e luminoso che ne metteva in evidenza gli occhi grigi e le labbra rosate. Folti capelli castani ondulati le arrivavano fin quasi alla vita e le circondavano il viso armonioso, dai lineamenti delicati. Era dotata di un’eleganza naturale, accentuata dalle forme aggraziate che nemmeno il vestito corto, che lasciava ben poco all’immaginazione, riusciva a volgarizzare.
«Carina, vero?» lo sorprese la voce di Afrodite. «Si chiama Iris.»
Ade si riscosse e tornò visibile, mostrandosi alla Dea dell’amore che aveva fiutato la sua magia. L’affrontò con il consueto cipiglio.
«La stavi fissando da un po’.»
Stiracchiò un sorrisetto sardonico. «Sono fatto di carne, Afrodite. Hai idea di quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho fatto sesso?»
«Ti sei votato alla castità, Ade?» lo punzecchiò.
«Mia moglie se n’è andata, nel caso te lo fossi dimenticata.»
L’espressione distaccata di Afrodite fu attraversata da un lampo di compassione che non gli piacque affatto. «Lo ricordo bene. È per questo che sei qui.»
Divenne subito diffidente.
«Non fare quella faccia. Ho semplicemente pensato che ti avrebbe fatto bene mettere il naso fuori dall’Oltretomba.»
Sollevò il sopracciglio.
Lei sbuffò sonoramente. «Sei diventato noioso, Ade. Sempre impegnato nei tuoi affari, ad estorcere accordi a malcapitati mortali…»
«Io non…» cominciò, ma Afrodite non gli badò.
«Che ne dici di una sfida alla vecchia maniera?»
S’irrigidì.
«Hai un disperato bisogno del brivido della competizione a riaccenderti.»
«Si vede che non mi conosci affatto. Voglio solo starmene tranquillo.»
«A piangere sul tuo matrimonio fallito?»
«Io
non piango» ringhiò in tono sommesso.
Se le
parole di Afrodite l’avevano ferito non lo diede a vedere, ma era ovvio che
l’avessero fatto.
Lei lo
sapeva.
Non era
sua intenzione, ma era l’unico modo per scuotere il granitico Dio della morte
che, se possibile, era divenuto ancor più inscalfibile e distaccato da quando
Persefone l’aveva lasciato.
Il che
era tutto dire.
Afrodite gli fece cenno di sedersi al bancone, dopodiché si rivolse alla mortale. «Iris cara, ci prepari i tuoi meravigliosi Manhattan?» chiese con voce melodiosa.
La
ragazza si limitò ad assentire, per niente colpita dal fascino esercitato da
Afrodite e con il quale soleva far breccia nell’animo dei mortali. Era più
interessata al cupo individuo che sedeva accanto a lei e che non conosceva. Era
alto e imponente perfino da seduto, con i capelli corvini adagiati sulle spalle
e impenetrabili occhi neri che parevano inchiostro liquido.
La
incuriosiva
Ade represse a stento uno sbuffo. Intrecciò le dita davanti al viso e si sforzò d’ignorare gli occhioni grigi della ragazza che gli stava davanti.
«Non ho
bisogno che mi tiri su, se è questo il tuo piano.»
«Non ho un piano» ribatté senza distogliere lo sguardo da Iris, che si allontanò per prendere i bicchieri
Ade se
ne accorse.
E capì.
«No.»
«Dimmi solo perché.»
«Non è un pezzo di carne.»
«È una mortale» replicò in tono piatto, come a dire che equivaleva alla stessa cosa. «Tutti gli Dei hanno dei favoriti.»
Il Dio della morte la fulminò. «Non è un’abitudine che mi appartiene.»
«Cosa? Scopare con una mortale carina?»
Iris era molto più che carina, ma non glielo disse o avrebbe compromesso la propria posizione. «Sono sposato.» Quando la Dea dell’amore fece per replicare, l’anticipò. «Anche se Persefone se n’è andata, mi ritengo legalmente impegnato. Almeno fino a quando mi chiederà il divorzio.»
«E se non lo facesse? Ti farai esplodere l’uccello?» sbottò, dando adito a una volgarità che non le apparteneva. Di solito era Ermes ad esprimersi così, il che la diceva lunga su quanto Afrodite fosse preoccupata per lui.
Ade serrò i pugni fino a far impallidire le nocche. «Non gira tutto intorno al sesso, Afrodite.»
«Sì, invece. Lo sai anche tu.»
Aveva ragione, Ade ne era consapevole. Tutto, soprattutto nel mondo degli Dei, gravitava intorno al sesso, molto più che all’amore, e il fatto che la stessa Dea di tale sentimento lo ammettesse era emblematico.
L’amore
era un’utopia e di rado trovava il lieto fine nelle unioni divine. Lui stesso
non ci aveva mai creduto, ma ciò era stato prima di innamorarsi di Persefone…E
adesso che l’aveva persa.
Si
sentiva come se fosse stato ingannato nel credere di poter amare ed essere
amato, mentre con ogni probabilità entrambi erano stati uniti da una passione
che, unita al fato decretato dalle Moire, li aveva illusi di provare qualcosa
di più.
O
almeno era ciò di cui tentava di convincersi ogni giorno trascorso lontano da
lei.
Iris sopraggiunse e posò delicatamente i bicchieri davanti a loro.
Ade la ringraziò e prese a sorseggiare distrattamente il cocktail, mentre i suoi occhi scuri seguivano i movimenti aggraziati della ragazza dietro il bancone.
Afrodite se ne accorse e sorrise tra sé. «È un bene che non t’interessi, perché l’ho promessa a tuo fratello.»
Ade si bloccò. La guardò in tralice. «Quale dei due?»
«Poseidone.»
Serrò le dita intorno al bicchiere. «Non puoi cederla a Poseidone. Lui è…»
«Un viscido porco?» lo anticipò, beandosi della sua reazione.
Era cosa nota che Zeus, Poseidone e Ade si tollerassero a stento. D’altra parte i tre, figli dei Titani Crono e Rea, non potevano essere più diversi: presuntuoso e dispotico il re degli Dei, violento e squilibrato il dominatore dei mari, indecifrabile e schivo il sovrano dell’Oltretomba.
«Lo sai che non ha rispetto per nessuno, meno che mai per le donne mortali. Le considera dei giocattoli di cui ben presto si stufa.»
«Lo so, ma è alla ricerca di una nuova favorita e lei è un po’ troppo bella per lavorare nel mio locale» civettò Afrodite, come se non stesse condannato una giovane innocente a finire tra le spire di un maniaco. Perché quello era Poseidone.
«Prendila
tu» aggiunse casualmente, guardandosi le unghie laccate di rosa acceso, in
tinta con il locale.
«No.» La squadrò feroce. «Non puoi far leva sul mio senso morale per minacciarmi.»
«Ho fatto leva su ben altro, ma non ha funzionato» ribatté alludendo a ciò che stava in mezzo alle gambe di Ade.
Si lasciò sfuggire un verso esasperato. «Perché lei?»
Fece spallucce. «L’hai guardata parecchio. È bella abbastanza da aver attirato la tua attenzione come non capitava da un po’.»
«Che ne sai? Mica vivi a stretto contatto con me.»
Alzò
gli occhi al cielo. «Ti conosco, Ade.»
Si alzò
dall’elegante sgabello imbottito e si sistemò il corto abito glitterato. «Fai
come ti pare. Se tu non la vuoi, la darò a Poseidone.»
«E se lei non fosse d’accordo?»
Ade la osservò
allontanarsi ancheggiando, consapevole di attirare gli sguardi della maggior
parte dei mortali presenti nel locale. Se solo Efesto fosse stato presente non
se la sarebbe tirata tanto.
O forse
sì.
Ad
Afrodite era sempre piaciuto rendere geloso il marito nel tentativo di
distogliere la sua attenzione dalla fucina in cui trascorreva la maggior parte
del tempo.
Sospirò
e terminò di bere il cocktail preparato da Iris.
Sollevò
lo sguardo dal bancone e incrociò i suoi occhi, ma la ragazza li distolse
subito.
La
immaginò fra le braccia di Poseidone e d’un tratto ebbe il voltastomaco. Suo
fratello era famoso per fare di tutto per non rendere felici le proprie
amanti.
Tuttavia
non erano affari suoi.
Non lo
era nemmeno il destino di quella mortale, per quanto graziosa.
Non
sarebbe stata né la prima né l’ultima a ritrovarsi in una rete di favori orchestrati
dagli Dei.
Non
spettava a lui salvarla.
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