Capitolo 2 - Presentazioni inattese

Iris

Era già stata una giornata complicata a causa dell’università e, più nello specifico, del suo relatore che non si decideva a validarle la tesi.
Ci mancava solo il suo ex che le faceva le poste sul luogo di lavoro.

Per fortuna Afrodite se n’era andata o non avrebbe visto di buon occhio la presenza molesta di Filippo al La Rose; detestava che le sue cameriere venissero distratte, su questo non transigeva.
La Dea dell’amore, però, era sparita lasciandosi dietro quello splendido esemplare di mascolinità – probabilmente tossica, a giudicare dallo sguardo tormentato – intento a rimuginare mentre finiva di bere il Manhattan che Iris aveva preparato.

Era sorpresa dalla semplicità con cui aveva mandato giù quel tripudio di alcol, specie perché le era sfuggita un po’ la mano sulle dosi di whisky; eppure lo sconosciuto lo stava bevendo come se si trattasse di acqua fresca. Doveva trattarsi di un alcolizzato, probabilmente il nuovo favorito di Afrodite.
D’altronde, come darle torto: aveva fatto un’ottima scelta, come sempre. La Dea dell’amore non sbagliava mai in fatto di bellezza maschile.

«Dai Iris, esci con me quando stacchi» la implorò Filippo, distogliendola dai pensieri.

Lo guardò. Le teneva il polso in una stretta ferrea, sebbene non le stesse facendo male.
Scosse la testa. «Non mi va. E poi finisco tardi, lo sai.» Puntò l’attenzione sulle dita che le serravano il braccio. «Adesso lasciami. Devo tornare a lavorare» impose nel tono più pacato di cui era capace.
Non era semplice, perché avrebbe voluto tirargli il vassoio in faccia, ma doveva evitare sceneggiate o rischiava il licenziamento e non poteva permetterselo.

Filippo stiracchiò un sorriso che voleva risultare suadente, fallendo miseramente. «Dai. Non ti manco neanche un po’?»

«Neanche un po’.»

Le passò un braccio intorno alla vita sottile. «Non ci credo» mormorò scrutandole il corpo con aria famelica.

Iris detestava il fatto d’indossare uno splendido mini abito nero, che le stava divinamente, ma che era quanto di più lontano dalla classica divisa da lavoro. Era poco pratico per muoversi dietro al bancone e fra i tavolini degli eleganti privé, troppo corto e sensuale, eppure Afrodite insisteva affinché le sue cameriere rispecchiassero l’eleganza del locale.
Senza eclissarla, ovviamente.

«Sei sempre bellissima» proseguì imperterrito Filippo.

«Non mi sembra che la signorina gradisca le tue attenzioni» proruppe una voce bassa, vellutata e sensuale, calda come la lava che scorre nelle viscere della terra, pericolosa come una promessa fatta nell’ombra: irresistibile, inevitabile e senza via di fuga.

Poteva una voce trasmettere tutto ciò?

Iris si voltò, attirata inesorabilmente, e incontrò gli occhi color ossidiana dell’uomo che si era accompagnato ad Afrodite.
In piedi risultava ancora più alto e imponente, quasi intimidatorio. Anzi, senza il quasi.
Indossava un elegante completo scuro che vestiva alla perfezione il suo corpo muscoloso e statuario, dalla postura dominante; la camicia nera sembrava esplodere sui suoi pettorali gonfi, i pantaloni calzavano a pennello i fianchi stretti e le cosce tornite.
I capelli corvini gli ricadevano in morbide onde sulle spalle, incorniciando il viso affilato, dai lineamenti impeccabili, su cui spiccavano lo sguardo tagliente e le labbra carnose.
Era dotato di una bellezza tenebrosa che lo rendeva affascinante oltre l’umanamente concepibile.

Iris si scoprì smaniare per lui.

«Dovresti lasciarla» aggiunse lo sconosciuto con una calma esasperante.

Filippo si riscosse. Era evidente che anche lui avesse subito il fascino dello sconosciuto, seppur in modo nettamente diverso da Iris. «Perché? Tu chi sei?» bofonchiò nel tentativo di darsi un tono. Fulminò Iris con malcelata gelosia. «Il tuo nuovo ragazzo?»

Le venne quasi da ridere all’idea che Filippo potesse anche solo pensare che lei stesse con un adone del genere.

«Non ancora» la sorprese la voce beffarda dello sconosciuto.
Stava sogghignando.

Iris avvampò, suo malgrado. Detestava le reazioni immediate del suo corpo, che spesso la rendevano ridicola.
Come in quel momento.

«La risposta alla tua prima domanda, invece, potrebbe essere univoca» aggiunse l’aitante sconosciuto.

Filippo corrugò la fronte, confuso.
Iris non poteva dargli torto. Ciononostante non riusciva a staccare gli occhi dal nuovo arrivato.
Era talmente incantata che trasalì quando il suo ex ragazzo emise un gridolino, che aveva ben poco di virile, spingendola via di colpo come se si fosse scottato.

Iris barcollò, sorpresa dal movimento fulmineo. Ebbe a malapena il tempo di scorgere delle ombre intorno alle caviglie di Filippo, che una mano grande e calda si posò al centro della sua schiena per sorreggerla.
Si voltò e si ritrovò a una distanza decisamente ravvicinata dallo sconosciuto, i cui occhi neri la stavano sondando in profondità, neanche potessero scrutarle l’anima.

«Stai bene?»

Annuì frastornata. In cuor suo sapeva che era la sua vicinanza a sortirle quell’effetto.

Lui non sorrise e spostò l’attenzione su Filippo, intento a dibattersi tra le ombre che lo stavano trattenendo. «Maledetto Dio!»

«Attento, mortale» ribatté in tono pericolosamente pacato, «Non ti conviene bestemmiare contro di me, che rappresento il giudice della tua eternità.»

Iris strabuzzò gli occhi e tornò a guardare l’uomo che le stava ancora tenendo la mano sulla schiena.
«Tu…Tu sei Ade

Stiracchiò un sorriso appena accennato. «Piacere di conoscerti, Iris.»





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