Iris
Era già
stata una giornata complicata a causa dell’università e, più nello specifico,
del suo relatore che non si decideva a validarle la tesi.
Ci
mancava solo il suo ex che le faceva le poste sul luogo di lavoro.
Per
fortuna Afrodite se n’era andata o non avrebbe visto di buon occhio la presenza
molesta di Filippo al La Rose; detestava che le sue cameriere venissero
distratte, su questo non transigeva.
La Dea
dell’amore, però, era sparita lasciandosi dietro quello splendido esemplare di
mascolinità – probabilmente tossica, a giudicare dallo sguardo
tormentato – intento a rimuginare mentre finiva di bere il Manhattan che Iris aveva
preparato.
Era
sorpresa dalla semplicità con cui aveva mandato giù quel tripudio di alcol, specie
perché le era sfuggita un po’ la mano sulle dosi di whisky; eppure lo
sconosciuto lo stava bevendo come se si trattasse di acqua fresca. Doveva
trattarsi di un alcolizzato, probabilmente il nuovo favorito di Afrodite.
D’altronde,
come darle torto: aveva fatto un’ottima scelta, come sempre. La Dea dell’amore
non sbagliava mai in fatto di bellezza maschile.
«Dai Iris, esci con me quando stacchi» la implorò Filippo, distogliendola dai pensieri.
Lo
guardò. Le teneva il polso in una stretta ferrea, sebbene non le stesse facendo
male.
Scosse
la testa. «Non mi va. E poi finisco tardi, lo sai.» Puntò l’attenzione sulle
dita che le serravano il braccio. «Adesso lasciami. Devo tornare a lavorare»
impose nel tono più pacato di cui era capace.
Non era
semplice, perché avrebbe voluto tirargli il vassoio in faccia, ma doveva
evitare sceneggiate o rischiava il licenziamento e non poteva permetterselo.
Filippo stiracchiò un sorriso che voleva risultare suadente, fallendo miseramente. «Dai. Non ti manco neanche un po’?»
«Neanche un po’.»
Le passò un braccio intorno alla vita sottile. «Non ci credo» mormorò scrutandole il corpo con aria famelica.
Iris
detestava il fatto d’indossare uno splendido mini abito nero, che le stava
divinamente, ma che era quanto di più lontano dalla classica divisa da lavoro.
Era poco pratico per muoversi dietro al bancone e fra i tavolini degli eleganti
privé, troppo corto e sensuale, eppure Afrodite insisteva affinché le sue
cameriere rispecchiassero l’eleganza del locale.
Senza
eclissarla, ovviamente.
«Sei sempre bellissima» proseguì imperterrito Filippo.
«Non mi sembra che la signorina gradisca le tue attenzioni» proruppe una voce bassa, vellutata e sensuale, calda come la lava che scorre nelle viscere della terra, pericolosa come una promessa fatta nell’ombra: irresistibile, inevitabile e senza via di fuga.
Poteva una voce trasmettere tutto ciò?
Iris si
voltò, attirata inesorabilmente, e incontrò gli occhi color ossidiana dell’uomo
che si era accompagnato ad Afrodite.
In
piedi risultava ancora più alto e imponente, quasi intimidatorio. Anzi, senza
il quasi.
Indossava
un elegante completo scuro che vestiva alla perfezione il suo corpo muscoloso e
statuario, dalla postura dominante; la camicia nera sembrava esplodere sui suoi
pettorali gonfi, i pantaloni calzavano a pennello i fianchi stretti e le cosce
tornite.
I
capelli corvini gli ricadevano in morbide onde sulle spalle, incorniciando il
viso affilato, dai lineamenti impeccabili, su cui spiccavano lo sguardo
tagliente e le labbra carnose.
Era
dotato di una bellezza tenebrosa che lo rendeva affascinante oltre l’umanamente
concepibile.
Iris si scoprì smaniare per lui.
«Dovresti lasciarla» aggiunse lo sconosciuto con una calma esasperante.
Filippo si riscosse. Era evidente che anche lui avesse subito il fascino dello sconosciuto, seppur in modo nettamente diverso da Iris. «Perché? Tu chi sei?» bofonchiò nel tentativo di darsi un tono. Fulminò Iris con malcelata gelosia. «Il tuo nuovo ragazzo?»
Le venne quasi da ridere all’idea che Filippo potesse anche solo pensare che lei stesse con un adone del genere.
«Non
ancora» la sorprese la voce beffarda dello sconosciuto.
Stava
sogghignando.
Iris
avvampò, suo malgrado. Detestava le reazioni immediate del suo corpo, che
spesso la rendevano ridicola.
Come in
quel momento.
«La risposta alla tua prima domanda, invece, potrebbe essere univoca» aggiunse l’aitante sconosciuto.
Filippo
corrugò la fronte, confuso.
Iris
non poteva dargli torto. Ciononostante non riusciva a staccare gli occhi dal
nuovo arrivato.
Era
talmente incantata che trasalì quando il suo ex ragazzo emise un gridolino, che
aveva ben poco di virile, spingendola via di colpo come se si fosse scottato.
Iris
barcollò, sorpresa dal movimento fulmineo. Ebbe a malapena il tempo di scorgere
delle ombre intorno alle caviglie di Filippo, che una mano grande e calda si
posò al centro della sua schiena per sorreggerla.
Si
voltò e si ritrovò a una distanza decisamente ravvicinata dallo sconosciuto, i
cui occhi neri la stavano sondando in profondità, neanche potessero scrutarle
l’anima.
«Stai bene?»
Annuì frastornata. In cuor suo sapeva che era la sua vicinanza a sortirle quell’effetto.
Lui non sorrise e spostò l’attenzione su Filippo, intento a dibattersi tra le ombre che lo stavano trattenendo. «Maledetto Dio!»
«Attento, mortale» ribatté in tono pericolosamente pacato, «Non ti conviene bestemmiare contro di me, che rappresento il giudice della tua eternità.»
Iris
strabuzzò gli occhi e tornò a guardare l’uomo che le stava ancora tenendo la
mano sulla schiena.
«Tu…Tu
sei Ade?»
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