Capitolo 3 - Il duro scontro con la realtà

Alice percorse le scale in preda a una forte trepidazione che le faceva battere il cuore al ritmo incessante dell'orologio del Bianconiglio. Più volte incespicò sui propri passi, rischiando di cadere rovinosamente a terra, ma riuscì a evitare il capitombolo appendendosi al corrimano in ferro battuto.

Man mano che si avvicinava alla sala adibita al cerimoniale del tè pomeridiano udiva la voce della madre farsi sempre più alta, intenta a conversare amabilmente con qualcuno. Alice sospirò e si riavviò nervosamente i capelli prima di fare il proprio ingresso nella stanza.

«Alice, eccoti!» esclamò Helen, radiosa in volto.

La figlia sollevò impercettibilmente gli angoli della bocca e spostò l'attenzione sul loro ospite. Ebbe un tuffo al cuore nell'incrociarne gli occhi azzurri come il mare, dallo sguardo intenso e divertito, le labbra carnose dischiuse in un sorriso appena accennato e i capelli perfettamente pettinati all'indietro.
Ebbe un tuffo al cuore, perché avrebbe preferito di gran lunga due grandi occhi bicolore e il sorriso birbante che contraddistingueva il suo adorato Cappellaio.
Tuttavia, pur non trattandosi di Tarrant, Alice parve enormemente stupita.
«Nathan Baker.» sussurrò incredula.

Il giovane si alzò cortesemente dalla sedia e le andò incontro a braccia spalancate. «Alice!»
Afferrò le spalle magre della fanciulla, stringendole affettuosamente, e le scoccò un tenero bacio sulla guancia.

Lei non si era ancora ripresa dallo shock e lo fissava con gli occhi fuori dalle orbite. «Ma...Ma...Cosa ci fai qui?»

«Alice!» la redarguì Helen irrigidendosi.
Lui non si scompose né tenne a freno il proprio entusiasmo.

«Sono solo sorpresa d'incontrarlo. È passato così tanto tempo» si giustificò la giovane.

«Hai ragione a essere sorpresa, Alice, sono trascorsi dodici anni dall'ultima volta in cui ci siamo visti e da allora non c'è stato giorno in cui non abbia desiderato tornare in Inghilterra dalla mia più cara amica. A tal proposito, ti prego di chiamarmi Nate come hai sempre fatto.»

Alice strinse le labbra, trattenendo a stento una risata.
Nonostante gli anni che li avevano divisi così a lungo, conosceva Nate meglio di chiunque altro e sapeva che si stava esprimendo in maniera oltremodo pomposa e ossequiosa per impressionare Helen. Avrebbe smesso con la galanteria non appena fossero stati soli.
«Come preferisci, Nate.» replicò pacatamente.

Nate era stato il suo migliore amico d'infanzia, il solo compagno di giochi che non l'avesse abbandonata dopo avere scoperto le stramberie in cui era spesso assorta la sua testolina. Tuttavia, a soli otto anni era stato costretto a partire a causa della professione paterna e Alice non l'aveva più visto fino a quel momento.
Lo guardò meglio: era sempre stato così...Attraente? Ricordava un bel bambino biondo, con gli occhioni azzurri e le guance paffute. Nulla aveva lasciato presagire l'aitante giovane uomo in cui si sarebbe trasformato.

«Alice?»

Alice sbatté ripetutamente le palpebre, come se si fosse appena ridestata da un sogno.

Nate sorrise. «Come al solito eri distratta. Deduco, dunque, che non sei cambiata affatto.»
Non lo disse in tono d'accusa, come invece faceva la maggior parte delle persone.

«E tu sei cambiato, Nate Baker?»

Il giovane si strinse nelle spalle, fingendo noncuranza. «A te l'onore di scoprirlo.»

Alle spalle del ragazzo, Helen trasudava entusiasmo da tutti i pori e Alice non ne capiva proprio il motivo. Insomma, era Nate, il caro vecchio Nate che trascorreva gli interi pomeriggi a giocare in giardino con lei, il solo a cui avesse...

«Vi lascio chiacchierare, ho delle commissioni da sbrigare in città. A più tardi, Alice. Nate...Spero di rivederti quanto prima.»

Lui sfoderò il miglior sorriso di circostanza. «Non ho intenzione di andarmene tanto presto, state tranquilla signora Kingsley.»

La donna fece un piccolo gesto d'assenso, soddisfatta da quella risposta. Scoccò un'occhiata eloquente ad Alice − talmente eloquente che lei non riuscì a comprenderne il significato − e si congedò.

Rimasti soli, calò un certo imbarazzo fra di loro. Almeno fino a quando Nate abbandonò la postura tronfia per assestarle una pacca tutt'altro che delicata sulla spalla. «Cosa mi racconti? Com'è stata la vita da queste parti negli ultimi dodici anni?» domandò in tono gioviale.

La fanciulla non mise in scena il medesimo entusiasmo, bensì mantenne una parvenza di distacco. Alzò leggermente le spalle. «Nulla che valga la pena di essere raccontato. Fra alti e bassi è rimasto tutto come un tempo.»

Nate si avvide della sua freddezza e si stranì, ma non volle forzare la mano con un contatto fisico − come un abbraccio − che lei avrebbe respinto. «Anche tu?»

Alice sussultò. «Soprattutto io» mentì.

Capì che non era stata completamente sincera, così decise d'intraprendere un'altra strada per estorcerle la verità. «Quindi saltelli ancora dentro e fuori dalla Tana del Coniglio?»

A quelle parole la fanciulla s'irrigidì . Increspò le labbra, ma non ne uscì alcun suono. Possibile che Nate ricordasse tutto?
«Non capisco cosa...»

Nate non le lasciò completare la frase. «Hai capito benissimo, invece. Allora? Fai ancora quegli strani sogni?»

«Sogni?» ripeté Alice confusa.

Il ragazzo la fissò con i suoi luminosi occhi azzurri, del colore del mare. «Sì, ricordo che blateravi continuamente di un coniglio con tanto di panciotto e orologio da taschino, di una certa Regina Rossa e...Aspetta...Come si chiamava lo strano individuo che diceva frasi senza senso?»

«Cappellaio Matto» mormorò Alice in tono afflitto.
Si sentiva a pezzi: quello che aveva creduto essere il solo vero amico che avesse avuto, l'unico a cui avesse raccontato ogni dettaglio di quell'anomala avventura, era convinto − come chiunque altro − che il viaggio nel Paese delle Meraviglie fosse frutto della sua immaginazione. E dire che aveva sempre sostenuto di credere a ogni singola cosa; ma forse non si poteva fare affidamento pieno sulla parola data da un bambino di otto anni.
Inoltre il semplice fatto che Nate gli avesse riportato alla memoria il Cappellaio Matto e la speranza che fino a pochi istanti prima aveva nutrito di trovarlo nel suo soggiorno la faceva stare perfino peggio.
Come aveva potuto anche solo pensare una cosa del genere?
Avrebbe dovuto sapere che Tarrant non sarebbe magicamente comparso nel suo mondo. Doveva accontentarsi d'incontrarlo dei suoi sogni.

All'improvviso, ebbe un'illuminazione. «Cosa significa la frase che hai detto a mia madre sull'incontrarci nei sogni?» lo interrogò.

Nate si fece serio, addirittura deluso. «Non ricordi?»

Le guance della fanciulla s'imporporarono d'imbarazzo. No, non ricordava.

Nate sospirò, cercando di non mostrarsi troppo ferito dalla sua mancanza. «Dodici anni fa, quando ci siamo detti addio, abbiamo promesso d'incontrarci ogni notte nei nostri sogni. Era un modo per sentirci più vicini e non dimenticarci mai l'uno dell'altra. Ma, a quanto pare, per te non ha funzionato.»

«Ti sbagli, invece» negò Alice.

Nate strizzò gli occhi, per niente convinto, ma evitò ulteriori commenti in proposito.
«A ogni modo» proseguì, «Come puoi dire che non c'è nulla da raccontare? Ho sentito che hai dato il benservito ad Hamish Ascot e, come se non bastasse, hai acquisito la compagnia di tuo padre.» La inchiodò con lo sguardo. «Sarebbe così fiero di te.»

Alice sorrise impercettibilmente, ma era chiaro che fosse bloccata. Non sapeva quanto poteva essere sincera con quel nuovo Nate, un Nate di cui non sapeva nulla.

Lui le fece segno di accomodarsi al tavolo, cosicché potessero prendere il tè e chiacchierare. Alice obbedì e quando riportò la propria attenzione sull'amico le parve d'intravedere la luce di uno strano sorriso a mezzaluna sul suo viso. Sobbalzò e quasi cadde dalla sedia.

Nate se ne accorse e corrugò la fronte, evidentemente perplesso. «Alice, tutto bene?»

Lei si ricompose a fatica. «S-sì, tutto bene.»

«Sbaglio o mi sembri agitata?» Quando lei esitò a rispondere, aggiunse: «Spero non per colpa mia. Siamo di famiglia, Alice, quasi come dei fratelli.»

«Lo so, ma...Vedi, è passato davvero troppo tempo perché le cose siano come una volta. Non rimanerci male.»

Nate parve sinceramente dispiaciuto e alla fanciulla si strinse il cuore.
«Sono io, Alice, lo stesso Nate di sempre. Ti ho pensata tanto e mentirei se dicessi che non ho sentito la tua mancanza. Mi trovo in Inghilterra da pochi giorni e sei la prima persona che ho voluto salutare.»

Calò un silenzio carico d'imbarazzo, tale per cui si udiva solo il rumore dei cucchiaini che giravano nelle tazze.

«Mi ha sempre affascinato lo Stregatto» disse Nate all'improvviso.

Per poco, Alice non rischiò nuovamente di cadere dalla sedia, ma riuscì a non darlo a vedere. «Ah sì?»

Il giovane annuì e strinse le labbra. «Del Cappellaio ero geloso, invece, perché era evidente quanto gli fossi affezionata. Temevo che potesse sostituirmi.»

Alice cercò di tenere a bada il batticuore dal quale era pervasa e si limitò a sorridere. «Si trattava soltanto di un sogno...Come avrebbe potuto sostituirti?»

Nate la scrutò a lungo, quasi volesse leggerle dentro. «Già...Un sogno.»
Continuò a fissarla mentre sorseggiava distrattamente il the, facendola sentire un po' a disagio. Dopo qualche minuto trascorso così, tornò alla sua espressione sorridente e la indicò con un cenno del capo. «Chi pensavi d'incontrare, dal momento che ti sei agghindata così?» Vedendola arrossire, si affrettò ad alzare le mani. «Sei splendida. Ero semplicemente curioso.»

«Io...Beh...Non ne ero sicura, ma pensavo...Credevo di incontrare un vecchio amico.»

Gli occhi di Nate si fecero malinconici tutt'a un tratto. «Io non lo sono?»

Alice si ammorbidì. «Certo che lo sei. Lo sarai sempre.»

I due superarono l'imbarazzo e presero a chiacchierare animatamente, al punto che, per un paio d'ore Alice riuscì a non pensare al Paese delle Meraviglie.


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