Man mano
che si avvicinava alla sala adibita al cerimoniale del tè pomeridiano udiva la
voce della madre farsi sempre più alta, intenta a conversare amabilmente con
qualcuno. Alice sospirò e si riavviò nervosamente i capelli prima di fare il
proprio ingresso nella stanza.
«Alice,
eccoti!» esclamò Helen, radiosa in volto.
La figlia
sollevò impercettibilmente gli angoli della bocca e spostò l'attenzione sul
loro ospite. Ebbe un tuffo al cuore nell'incrociarne gli occhi azzurri come il
mare, dallo sguardo intenso e divertito, le labbra carnose dischiuse in un
sorriso appena accennato e i capelli perfettamente pettinati all'indietro.
Ebbe un tuffo al cuore, perché avrebbe preferito di gran lunga due grandi occhi
bicolore e il sorriso birbante che contraddistingueva il suo adorato
Cappellaio.
Tuttavia, pur non trattandosi di Tarrant, Alice parve enormemente stupita.
«Nathan Baker.» sussurrò incredula.
Il giovane
si alzò cortesemente dalla sedia e le andò incontro a braccia spalancate.
«Alice!»
Afferrò le spalle magre della fanciulla, stringendole affettuosamente, e le
scoccò un tenero bacio sulla guancia.
Lei non si
era ancora ripresa dallo shock e lo fissava con gli occhi fuori dalle orbite.
«Ma...Ma...Cosa ci fai qui?»
«Alice!»
la redarguì Helen irrigidendosi.
Lui non si scompose né tenne a freno il proprio entusiasmo.
«Sono solo
sorpresa d'incontrarlo. È passato così tanto tempo» si giustificò la giovane.
«Hai
ragione a essere sorpresa, Alice, sono trascorsi dodici anni dall'ultima volta
in cui ci siamo visti e da allora non c'è stato giorno in cui non abbia
desiderato tornare in Inghilterra dalla mia più cara amica. A tal proposito, ti
prego di chiamarmi Nate come hai sempre fatto.»
Alice
strinse le labbra, trattenendo a stento una risata.
Nonostante gli anni che li avevano divisi così a lungo, conosceva Nate meglio
di chiunque altro e sapeva che si stava esprimendo in maniera oltremodo pomposa
e ossequiosa per impressionare Helen. Avrebbe smesso con la galanteria non
appena fossero stati soli.
«Come preferisci, Nate.» replicò pacatamente.
Nate era
stato il suo migliore amico d'infanzia, il solo compagno di giochi che non
l'avesse abbandonata dopo avere scoperto le stramberie in cui era spesso
assorta la sua testolina. Tuttavia, a soli otto anni era stato costretto a
partire a causa della professione paterna e Alice non l'aveva più visto fino a
quel momento.
Lo guardò meglio: era sempre stato così...Attraente? Ricordava un bel
bambino biondo, con gli occhioni azzurri e le guance paffute. Nulla aveva
lasciato presagire l'aitante giovane uomo in cui si sarebbe trasformato.
«Alice?»
Alice
sbatté ripetutamente le palpebre, come se si fosse appena ridestata da un
sogno.
Nate
sorrise. «Come al solito eri distratta. Deduco, dunque, che non sei cambiata
affatto.»
Non lo disse in tono d'accusa, come invece faceva la maggior parte delle
persone.
«E tu sei
cambiato, Nate Baker?»
Il giovane
si strinse nelle spalle, fingendo noncuranza. «A te l'onore di scoprirlo.»
Alle
spalle del ragazzo, Helen trasudava entusiasmo da tutti i pori e Alice non ne
capiva proprio il motivo. Insomma, era Nate, il caro vecchio Nate che
trascorreva gli interi pomeriggi a giocare in giardino con lei, il solo a cui
avesse...
«Vi lascio
chiacchierare, ho delle commissioni da sbrigare in città. A più tardi, Alice.
Nate...Spero di rivederti quanto prima.»
Lui
sfoderò il miglior sorriso di circostanza. «Non ho intenzione di andarmene
tanto presto, state tranquilla signora Kingsley.»
La donna
fece un piccolo gesto d'assenso, soddisfatta da quella risposta. Scoccò
un'occhiata eloquente ad Alice − talmente eloquente che lei non riuscì a
comprenderne il significato − e si congedò.
Rimasti
soli, calò un certo imbarazzo fra di loro. Almeno fino a quando Nate abbandonò
la postura tronfia per assestarle una pacca tutt'altro che delicata sulla
spalla. «Cosa mi racconti? Com'è stata la vita da queste parti negli ultimi
dodici anni?» domandò in tono gioviale.
La
fanciulla non mise in scena il medesimo entusiasmo, bensì mantenne una parvenza
di distacco. Alzò leggermente le spalle. «Nulla che valga la pena di essere
raccontato. Fra alti e bassi è rimasto tutto come un tempo.»
Nate si
avvide della sua freddezza e si stranì, ma non volle forzare la mano con un
contatto fisico − come un abbraccio − che lei avrebbe respinto. «Anche tu?»
Alice
sussultò. «Soprattutto io» mentì.
Capì che
non era stata completamente sincera, così decise d'intraprendere un'altra
strada per estorcerle la verità. «Quindi saltelli ancora dentro e fuori dalla
Tana del Coniglio?»
A quelle
parole la fanciulla s'irrigidì . Increspò le labbra, ma non ne uscì alcun
suono. Possibile che Nate ricordasse tutto?
«Non capisco cosa...»
Nate non
le lasciò completare la frase. «Hai capito benissimo, invece. Allora? Fai
ancora quegli strani sogni?»
«Sogni?»
ripeté Alice confusa.
Il ragazzo
la fissò con i suoi luminosi occhi azzurri, del colore del mare. «Sì, ricordo
che blateravi continuamente di un coniglio con tanto di panciotto e orologio da
taschino, di una certa Regina Rossa e...Aspetta...Come si chiamava lo strano
individuo che diceva frasi senza senso?»
«Cappellaio
Matto» mormorò Alice in tono afflitto.
Si sentiva a pezzi: quello che aveva creduto essere il solo vero amico che
avesse avuto, l'unico a cui avesse raccontato ogni dettaglio di quell'anomala
avventura, era convinto − come chiunque altro − che il viaggio nel Paese delle
Meraviglie fosse frutto della sua immaginazione. E dire che aveva sempre
sostenuto di credere a ogni singola cosa; ma forse non si poteva fare
affidamento pieno sulla parola data da un bambino di otto anni.
Inoltre il semplice fatto che Nate gli avesse riportato alla memoria il Cappellaio
Matto e la speranza che fino a pochi istanti prima aveva nutrito di trovarlo
nel suo soggiorno la faceva stare perfino peggio.
Come aveva potuto anche solo pensare una cosa del genere?
Avrebbe dovuto sapere che Tarrant non sarebbe magicamente comparso nel suo
mondo. Doveva accontentarsi d'incontrarlo dei suoi sogni.
All'improvviso,
ebbe un'illuminazione. «Cosa significa la frase che hai detto a mia madre
sull'incontrarci nei sogni?» lo interrogò.
Nate si
fece serio, addirittura deluso. «Non ricordi?»
Le guance
della fanciulla s'imporporarono d'imbarazzo. No, non ricordava.
Nate
sospirò, cercando di non mostrarsi troppo ferito dalla sua mancanza. «Dodici
anni fa, quando ci siamo detti addio, abbiamo promesso d'incontrarci ogni notte
nei nostri sogni. Era un modo per sentirci più vicini e non dimenticarci mai
l'uno dell'altra. Ma, a quanto pare, per te non ha funzionato.»
«Ti
sbagli, invece» negò Alice.
Nate
strizzò gli occhi, per niente convinto, ma evitò ulteriori commenti in
proposito.
«A ogni modo» proseguì, «Come puoi dire che non c'è nulla da raccontare? Ho
sentito che hai dato il benservito ad Hamish Ascot e, come se non bastasse, hai
acquisito la compagnia di tuo padre.» La inchiodò con lo sguardo. «Sarebbe così
fiero di te.»
Alice
sorrise impercettibilmente, ma era chiaro che fosse bloccata. Non sapeva quanto
poteva essere sincera con quel nuovo Nate, un Nate di cui non sapeva nulla.
Lui le
fece segno di accomodarsi al tavolo, cosicché potessero prendere il tè e
chiacchierare. Alice obbedì e quando riportò la propria attenzione sull'amico
le parve d'intravedere la luce di uno strano sorriso a mezzaluna sul suo viso.
Sobbalzò e quasi cadde dalla sedia.
Nate se ne
accorse e corrugò la fronte, evidentemente perplesso. «Alice, tutto bene?»
Lei si
ricompose a fatica. «S-sì, tutto bene.»
«Sbaglio o
mi sembri agitata?» Quando lei esitò a rispondere, aggiunse: «Spero non per
colpa mia. Siamo di famiglia, Alice, quasi come dei fratelli.»
«Lo so,
ma...Vedi, è passato davvero troppo tempo perché le cose siano come una volta.
Non rimanerci male.»
Nate parve
sinceramente dispiaciuto e alla fanciulla si strinse il cuore.
«Sono io, Alice, lo stesso Nate di sempre. Ti ho pensata tanto e mentirei se
dicessi che non ho sentito la tua mancanza. Mi trovo in Inghilterra da pochi
giorni e sei la prima persona che ho voluto salutare.»
Calò un
silenzio carico d'imbarazzo, tale per cui si udiva solo il rumore dei
cucchiaini che giravano nelle tazze.
«Mi ha
sempre affascinato lo Stregatto» disse Nate all'improvviso.
Per poco,
Alice non rischiò nuovamente di cadere dalla sedia, ma riuscì a non darlo a
vedere. «Ah sì?»
Il giovane
annuì e strinse le labbra. «Del Cappellaio ero geloso, invece, perché era
evidente quanto gli fossi affezionata. Temevo che potesse sostituirmi.»
Alice
cercò di tenere a bada il batticuore dal quale era pervasa e si limitò a
sorridere. «Si trattava soltanto di un sogno...Come avrebbe potuto
sostituirti?»
Nate la
scrutò a lungo, quasi volesse leggerle dentro. «Già...Un sogno.»
Continuò a fissarla mentre sorseggiava distrattamente il the, facendola sentire
un po' a disagio. Dopo qualche minuto trascorso così, tornò alla sua
espressione sorridente e la indicò con un cenno del capo. «Chi pensavi
d'incontrare, dal momento che ti sei agghindata così?» Vedendola arrossire, si
affrettò ad alzare le mani. «Sei splendida. Ero semplicemente curioso.»
«Io...Beh...Non
ne ero sicura, ma pensavo...Credevo di incontrare un vecchio amico.»
Gli occhi
di Nate si fecero malinconici tutt'a un tratto. «Io non lo sono?»
Alice si
ammorbidì. «Certo che lo sei. Lo sarai sempre.»
I due
superarono l'imbarazzo e presero a chiacchierare animatamente, al punto che,
per un paio d'ore Alice riuscì a non pensare al Paese delle Meraviglie.
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