Capitolo 4 - Qualquadra che non cosa

 Il giorno successivo all'incontro con Nate, Alice era intenta a riordinare le scartoffie relative alla compagnia di navigazione ereditata dal padre defunto, ma, come spesso accadeva, la sua mente era altrove. Continuava a pensare alle parole del ragazzo e allo spiccato interesse che aveva dimostrato per i viaggi che Alice aveva intenzione d'intraprendere. Si erano congedati nel tardo pomeriggio con la promessa di rincontrarsi quanto prima e quella stessa mattina si era vista recapitare uno splendido mazzo di fiori con bigliettino annesso, ovviamente da parte di Nate. Era piacevolmente stupita dalla galanteria del suo vecchio compagno di giochi e ne apprezzò il pensiero; tuttavia non capiva perché mai Helen Kingsley era arrossita ben più di lei all'arrivo del messo con i fiori, prendendo a sventolarsi forsennatamente il ventaglio.

Alice non le badò più di tanto, se non altro perché nell'atto di chiudere la porta d'ingresso fu quasi certa di aver notato la silenziosa figura di un cane che si allontanava. Che fosse Bayard, il mastino con cui aveva stretto una solida amicizia a Sottomondo?
Ma no, cosa andava a pensare? Possibile che in quegli ultimi giorni più del solito continuasse a pensare al Paese delle Meraviglie, al punto da avere delle vere e proprie allucinazioni sui suoi abitanti? Prima il sorriso dello Stregatto sul volto di Nate e adesso questo. Senza contare gli innumerevoli sogni in cui condivideva la compagnia di Tarrant.

«Alice, cara.» la chiamò la madre distogliendola dai pensieri in cui soleva perdersi. La raggiunse e attese che proseguisse. «Ieri pomeriggio tu e Nate avete trascorso molto tempo insieme.»

«Sì, madre» replicò pacatamente.

Gli occhi di Helen s'illuminarono nell'incrociare quelli della figlia. «É diventato proprio un bel giovanotto, non pensi?»

"Forse Bayard è qui per conto del Cappellaio. Che sia stato lui a mandarlo? Ma perché?"

Helen si avvide della sua disattenzione ed emise un profondo sospiro colmo di rassegnazione. «Alice, sto parlando con te!»

La fanciulla batté le palpebre come per riscuotersi e provò a sfoderare un sorrisino risentito. «Scusa, madre. Ero...»

«Distratta» concluse al posto suo, centrando il nocciolo della questione. Assunse un'espressione grave e prese a tormentarsi le mani in grembo come faceva ogniqualvolta in cui manifestava la propria preoccupazione.

Alice si angosciò. «Cosa succede, madre?»

Helen fissò i gelidi occhi azzurri su di lei e strinse le labbra in un gesto d'apprensione. «Succede, figlia mia, che hai raggiunto la soglia dei vent'anni e, sebbene tu sia giovane e bella, non potrai rimanere nubile per sempre.»

Il dolce viso di Alice s'indurì a quelle parole. «Chi lo dice?»

«La società in cui viviamo, Alice. So che le tue idee sul matrimonio divergono dalle mie, ma non puoi pensare di restare da sola in eterno. Hai bisogno di un compagno solido e fiero come lo è stato tuo padre per me, con cui creare una famiglia e un avvenire.»

Alice non replicò ed Helen sospirò nuovamente. «Da un po' di tempo a questa parte sei strana, non ti riconosco più. Sei sempre stata dotata di una fervida immaginazione e da una spiccata inclinazione a distrarti, ma...»

Alice temeva ciò che la madre avrebbe detto di lì a breve.

«...Dal giorno in cui hai rifiutato la proposta di nozze di Hamish Ascot sei cambiata. È come se fossi continuamente assorta nei tuoi pensieri e poi...Sembri ripudiare la realtà in cui vivi, come se non vi appartenessi.»

La fanciulla sussultò . Non poteva contestare, perché ogni singola parola pronunciata dalla madre era vera. Da quel neanche troppo lontano pomeriggio in cui aveva negato la propria mano ad Hamish qualcosa era mutato in lei; non tanto per la proposta di matrimonio respinta, quanto per aver preso parte alle avventure di Sottomondo.
Era come se da allora la sua identità fosse rimasta sdoppiata e Alice non avrebbe saputo dire a quale realtà appartenesse veramente. Una parte di lei − come aveva detto al Cappellaio nel momenti dei saluti − aveva voluto tornare nel proprio mondo per assumersi le sue responsabilità e, soprattutto, non abbandonare la madre; ma un'altra parte di lei, più forte e prepotente − tant'è che stava prendendo il sopravvento −, bramava tornare nel Paese delle Meraviglie, laddove per la prima volta in vita sua si era sentita pienamente a suo agio, quasi fosse tornata a casa.
Era in corso una vera e propria guerra dentro di lei, con il risultato che agli occhi altrui appariva ancor più trasognata e distante di quanto già fosse di sua natura.

«É vero, madre, qualcosa è cambiato quel pomeriggio trascorso nella tenuta degli Ascot.»

Helen l'ascoltò con attenzione, nella speranza di comprendere maggiormente la sua figlia minore. Con Margaret era stato tutto più facile, poiché si era sempre rivelata accomodante, desiderosa di maritarsi e di accasarsi con un uomo d'alto rango. Alice, invece, non aveva mai posto attenzione a queste cose, considerandole frivolezze, e sembrava decisa a restare completamente autonoma. Helen l'amava così com'era, ma era preoccupata per lei, come ogni madre la cui figlia decidesse di uscire dal cammino tracciato.

«Cara, il tuo gesto nei confronti di Hamish è stato onorevole e giusto per la tua persona, ma la gente mormora e le chiacchiere volano. Un domani potresti pentirti della tua testardaggine nell'impuntarti a non voler trovare un uomo degno di te e....»

«Ora capisco» la interruppe Alice, «Stai cercando di propinarmi in tutti i modi Nate affinché io non diventi una vecchia zitella come la zia Imogene.»

La madre serrò le labbra, ma non poté negare l'assoluta verità.

Alice sospirò e disse in un mormorio: «Sapevo che c'era qualquadra che non cosa.»
Subito dopo aver parlato sgranò gli occhi e si portò una mano alla bocca, trattenendo a stento una risata. Si era espressa come i gemelli Pincopanco e Pancopinco, che tendevano ad invertire frasi e parole, svuotandole del loro significato.

«Cos'hai da ridacchiare tanto?» la redarguì infastidita la madre.

Alice tentò di ricomporsi, ma con scarsi risultati. L'ilarità aveva preso il sopravvento su di lei. «Non badare a me, madre. Mi è appena venuta in mente una cosa molto buffa e non riesco a smettere di ridere.»
Helen assunse un'espressione delusa che la fece trasalire, cosicché cercò disperatamente di tornare in sé. «Ho compreso il tuo discorso, madre, e in parte lo condivido. Tuttavia non credo che Nate possa essere un buon compagno per me: conosceva la bambina che ero, non la donna che sono e temo di non poter ricambiare un suo eventuale interesse. Inoltre sai bene che desidero viaggiare e portare avanti l'attività di mio padre, ma non posso farlo se decido d'impormi una presenza maschile accanto. Cerca di capire.»

Helen la fissò intensamente. «Conosco le tue ambizioni e le apprezzo. Non intendo ostacolarti, tuttavia ti chiedo di farmi una promessa: trascorri un po' di tempo con Nate e dagli la possibilità di conoscere la donna che sei. Solo dopo averlo fatto potrai decidere se sia un compagno adatto a te o meno. Non pretendo altro.»

Alice si morse il labbro inferiore, incerta se accettare o meno. Dopotutto non c'era niente di male se stava un po' insieme a Nate, non doveva necessariamente scaturirne qualcosa...Sebbene sapesse che la speranza di Helen era proprio quella.
Si limitò ad annuire e ad accettare di buon grado il bacio che la donna scoccò sulla sua guancia morbida.
Fu in quel momento che ad Alice parve di scorgere un ricciolo color rosso fuoco al di là della finestra che dava sul suo giardino.


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