Capitolo 3 - Un tripudio di emozioni

Ade

Fra tutte le emozioni che Ade si sarebbe aspettato di percepire in Iris, la rabbia era l’ultima che avrebbe mai considerato.
Eppure lo stava fissando in cagnesco, i grandi occhi grigi affilati come artigli, dal momento in cui aveva compreso di trovarsi al cospetto del Dio della morte.

Ade non era estraneo alle emozioni negative che i mortali nutrivano nei suoi confronti, timore e risentimento in primis; ma ciò che traspariva dallo sguardo di Iris era odio allo stato puro, con un mix di frustrazione e furia ad animarlo. Ne era ben cosciente perché fra i suoi poteri principali annoverava la capacità di percepire le emozioni altrui, nonché le bugie: coglieva entrambe come se fossero stati aloni colorati che avvolgevano i suoi interlocutori e che gli risultavano facilmente riconoscibili. Pochi mortali, però, erano a conoscenza di questa sua capacità o, quantomeno, la tenevano in conto quando tentavano goffamente di mentirgli, specie nel momento in cui si recavano nel suo locale − il Nevernight − per stringere patti con lui in cambio di qualcosa di vantaggioso.
Fallendo miseramente la maggior parte delle volte.
Vinceva sempre lui. O quasi.

Rimase immobile a fissare Iris dopo essersi presentato, ma lei non accennava a ricambiare la cortesia.
«Come sai il mio nome?» chiese invece dopo un’attesa interminabile, durante la quale si era limitata a fulminarlo.
E dire che era parsa così dolce quando l’aveva osservata lavorare dietro il bancone.

«Afrodite» rispose semplicemente Ade. Poiché Iris corrugò la fronte, aggiunse: «Ti ha chiamata per nome quando ti ha chiesto di prepararci i tuoi meravigliosi Manhattan, prima» fece il verso alla Dea dell’Amore.

«Oh. Giusto.»

Delusione. Fu ciò che Ade percepì nella fanciulla che gli stava di fronte.
A quanto pareva aveva sperato che fosse abbastanza interessato a lei da essersi informato preventivamente sul suo nome. Allora perché lo guardava storto, specie dopo che aveva impedito a quell’insulso mortale – Filippo qualcosa – di continuare a infastidirla? E perché aleggiava una sorta di profonda tristezza in quel turbinio di emozioni che la ragazza stava provando?

L’insulso mortale colse la palla al balzo per afferrare di nuovo Iris e scrollarla dal torpore dei suoi pensieri. «Vieni Iris, andiamo via.»

«Credevo di averti già detto di lasciarla» rimarcò Ade con voce piatta. Le ombre intorno a lui vibrarono minacciose.
Ciò bastò a far capitolare Filippo, che indietreggiò spaventato.

Iris affilò nuovamente lo sguardo verso il Dio. «Posso cavarmela da sola.» Poi fulminò Filippo. «Ti ho detto che sto lavorando. Vattene.»
Detto ciò, tornò di filato al bancone.

Ade rimase a dir poco interdetto, sebbene non lo diede a vedere. Accadeva di rado che qualcuno lo lasciasse senza parole, meno che mai un mortale.
Fu per questo, forse, che si materializzò presso la postazione dietro cui Iris lavorava.
O, almeno, era ciò che stava fingendo di fare: era ovvio che la presenza del Dio l’avesse destabilizzata e la rendesse nervosa.

«Posso sapere cosa ti ha infastidito tanto?» Si grattò distrattamente la mascella su cui aleggiava una barba leggera, a malapena visibile. «Non credo che la galanteria calpesti la tua autodeterminazione in quanto donna.»

Iris perseverò a guardarlo male, sebbene uno scintillio negli occhi la tradì: era attratta da lui.

Ciò lo divertì in modo quasi perverso, il che non era da Ade. Non da quando Persefone l’aveva lasciato, almeno.
Trovava stimolante e, per certi versi, curioso il modo in cui quella ragazzina gli faceva provare sensazioni che credeva sopite. Per una frazione di secondo accarezzò l’idea suggerita da Afrodite sull’avere una favorita: avrebbe potuto farlo sentire di nuovo vivo, questo poco ma sicuro.
Poi, però, il suo lato oscuro tornò a prevalere spegnendo qualsivoglia forma di pulsione.
«Sai parlare?» la incalzò in tono neutro.

«So parlare» replicò dura.

Inarcò le sopracciglia. «Ebbene?»

«Sei il Dio della morte.»

«Grazie per avermelo ricordato. Esisto da talmente tanti millenni che la memoria sulla mia identità comincia a vacillare.»

«Ti credi divertente?»

«Possiedo altre qualità.» Stiracchiò un sorriso pigro. «Tu, invece, ti distingui per l’affabilità. E per la riconoscenza.»

Avvampò in preda a un nuovo moto di rabbia. «Riconoscenza?» sbottò.

Era un nuovo record: Ade non aveva mai fatto infuriare nessuno in così poco tempo, nemmeno Persefone. E sua moglie ne aveva avuto tutto il diritto, dal momento che quando si erano conosciuti l’aveva ingannata con un patto che l’aveva legata a lui.
Iris, invece, provava una collera ingiustificata nei suoi confronti.

«Sei venuto qui a burlarti di me?»

Dolore. Un dolore sempre più potente stava affiorando in lei, il che poteva significare soltanto una cosa. Qualcosa che Ade conosceva fin troppo bene e a cui avrebbe dovuto pensare subito. D’altronde c’era un motivo se i mortali lo temevano e lo disprezzavano.
«Hai perso qualcuno di recente?»

Iris gli rivolse un’occhiata micidiale. «Me lo chiedi anche?»

«Non sono sempre aggiornato sui decessi dei mortali. È Thanatos a occuparsene.»
Si pentì del tono noncurante che aveva utilizzato, specie nel momento in cui notò il brillio negli occhi della ragazza che, ironia della sorte, divennero ancora più chiari e belli.
Ade si schiarì la voce. «Quel che volevo dire è che…»

«È che sei uno stronzo» lo interruppe amareggiata, «Ti limiti a emettere sentenze, come se noi mortali non valessimo nulla.»

Ade la fissò senza batter ciglio. «Mi hai appena dato dello stronzo?»
Era inusuale che i mortali lo facessero, specie con lui. In generale evitavano di insultare le divinità guardandole dritto negli occhi, poiché equivaleva a bestemmiare e, ancor peggio, a garantirsi una vendetta assicurata.
Che poi tra di loro i Divini se ne dicessero ben di peggio, dando sfoggio a un linguaggio tutt’altro che forbito, era un’altra faccenda.

Iris si sporse sul bancone verso di lui. «Sì. Ora cosa farai? Mi ucciderai?»

Speranza. Un’emozione latente che, tuttavia, divampò fuori con la stessa ferocia con cui lo stava affrontando.
Ade sollevò un sopracciglio. Possibile che una giovane ragazza come Iris volesse morire?
«Non giocare con me, mortale.»

Iris fece una smorfia risentita e gli voltò le spalle sbuffando.

Quel movimento fu ciò che lo mandò in bestia, molto più dell’insulto con cui l’aveva apostrofato e dei toni con cui l’aveva aggredito.
Nessuno poteva permettersi di voltare le spalle a Ade se lui non aveva concluso la conversazione. Aveva spedito gente nel Tartaro per molto meno.

Si alzò e in un battito di ciglia si teletrasportò di fronte a lei, dietro al bancone, ostruendole il passaggio.

Iris sussultò spaventata e balzò all’indietro per la sorpresa.

Ade la sostenne, afferrandola delicatamente per i polsi e impedendole di cadere. «Bada bene, mortale. Non sono esattamente un Dio magnanimo.»

Nonostante il timore reverenziale, Iris gli tenne testa. «Bugiardo. Quando avevi una moglie ti distinguevi per le tue buone azioni. Ma forse lo facevi solo per conquistarla.»

Gli sfuggì un ringhio gutturale, le ombre crepitarono intorno a lui, le luci del locale sfarfallarono.
Era la collera del Dio della morte che divampava.
«Non osare nominare Persefone.»
Strinse la presa sui suoi polsi, pur senza farle male. Non era mai violento con le donne, nemmeno nei suoi peggiori eccessi d’ira.

Solo che Iris non lo sapeva e cercò di divincolarsi.
Inaspettatamente, però, Ade la lasciò libera.

«Scoprirai presto come ho conquistato la Dea della primavera» sibilò minaccioso. «Ti aspetto nel mio regno, ragazzina mortale» disse, dopodiché scomparve.



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