Ade
Fra
tutte le emozioni che Ade si sarebbe aspettato di percepire in Iris, la rabbia
era l’ultima che avrebbe mai considerato.
Eppure
lo stava fissando in cagnesco, i grandi occhi grigi affilati come artigli, dal
momento in cui aveva compreso di trovarsi al cospetto del Dio della morte.
Ade non
era estraneo alle emozioni negative che i mortali nutrivano nei suoi confronti,
timore e risentimento in primis; ma ciò che traspariva dallo sguardo di Iris
era odio allo stato puro, con un mix di frustrazione e furia ad animarlo. Ne
era ben cosciente perché fra i suoi poteri principali annoverava la capacità di
percepire le emozioni altrui, nonché le bugie: coglieva entrambe come se
fossero stati aloni colorati che avvolgevano i suoi interlocutori e che gli
risultavano facilmente riconoscibili. Pochi mortali, però, erano a conoscenza
di questa sua capacità o, quantomeno, la tenevano in conto quando tentavano
goffamente di mentirgli, specie nel momento in cui si recavano nel suo locale −
il Nevernight − per stringere patti con lui in cambio di qualcosa di
vantaggioso.
Fallendo
miseramente la maggior parte delle volte.
Vinceva
sempre lui. O quasi.
Rimase
immobile a fissare Iris dopo essersi presentato, ma lei non accennava a
ricambiare la cortesia.
«Come
sai il mio nome?» chiese invece dopo un’attesa interminabile, durante la quale
si era limitata a fulminarlo.
E dire
che era parsa così dolce quando l’aveva osservata lavorare dietro il bancone.
«Afrodite» rispose semplicemente Ade. Poiché Iris corrugò la fronte, aggiunse: «Ti ha chiamata per nome quando ti ha chiesto di prepararci i tuoi meravigliosi Manhattan, prima» fece il verso alla Dea dell’Amore.
«Oh. Giusto.»
Delusione. Fu ciò che Ade percepì nella
fanciulla che gli stava di fronte.
A
quanto pareva aveva sperato che fosse abbastanza interessato a lei da essersi
informato preventivamente sul suo nome. Allora perché lo guardava storto,
specie dopo che aveva impedito a quell’insulso mortale – Filippo qualcosa – di
continuare a infastidirla? E perché aleggiava una sorta di profonda tristezza
in quel turbinio di emozioni che la ragazza stava provando?
L’insulso mortale colse la palla al balzo per afferrare di nuovo Iris e scrollarla dal torpore dei suoi pensieri. «Vieni Iris, andiamo via.»
«Credevo
di averti già detto di lasciarla» rimarcò Ade con voce piatta. Le ombre intorno
a lui vibrarono minacciose.
Ciò
bastò a far capitolare Filippo, che indietreggiò spaventato.
Iris
affilò nuovamente lo sguardo verso il Dio. «Posso cavarmela da sola.» Poi
fulminò Filippo. «Ti ho detto che sto lavorando. Vattene.»
Detto
ciò, tornò di filato al bancone.
Ade
rimase a dir poco interdetto, sebbene non lo diede a vedere. Accadeva di rado
che qualcuno lo lasciasse senza parole, meno che mai un mortale.
Fu per
questo, forse, che si materializzò presso la postazione dietro cui Iris
lavorava.
O,
almeno, era ciò che stava fingendo di fare: era ovvio che la presenza del Dio
l’avesse destabilizzata e la rendesse nervosa.
«Posso sapere cosa ti ha infastidito tanto?» Si grattò distrattamente la mascella su cui aleggiava una barba leggera, a malapena visibile. «Non credo che la galanteria calpesti la tua autodeterminazione in quanto donna.»
Iris perseverò a guardarlo male, sebbene uno scintillio negli occhi la tradì: era attratta da lui.
Ciò lo
divertì in modo quasi perverso, il che non era da Ade. Non da quando Persefone
l’aveva lasciato, almeno.
Trovava
stimolante e, per certi versi, curioso il modo in cui quella ragazzina
gli faceva provare sensazioni che credeva sopite. Per una frazione di secondo
accarezzò l’idea suggerita da Afrodite sull’avere una favorita: avrebbe potuto
farlo sentire di nuovo vivo, questo poco ma sicuro.
Poi,
però, il suo lato oscuro tornò a prevalere spegnendo qualsivoglia forma di
pulsione.
«Sai
parlare?» la incalzò in tono neutro.
«So parlare» replicò dura.
Inarcò le sopracciglia. «Ebbene?»
«Sei il Dio della morte.»
«Grazie per avermelo ricordato. Esisto da talmente tanti millenni che la memoria sulla mia identità comincia a vacillare.»
«Ti credi divertente?»
«Possiedo altre qualità.» Stiracchiò un sorriso pigro. «Tu, invece, ti distingui per l’affabilità. E per la riconoscenza.»
Avvampò in preda a un nuovo moto di rabbia. «Riconoscenza?» sbottò.
Era un
nuovo record: Ade non aveva mai fatto infuriare nessuno in così poco tempo,
nemmeno Persefone. E sua moglie ne aveva avuto tutto il diritto, dal momento
che quando si erano conosciuti l’aveva ingannata con un patto che l’aveva
legata a lui.
Iris,
invece, provava una collera ingiustificata nei suoi confronti.
«Sei venuto qui a burlarti di me?»
Dolore. Un dolore sempre più potente
stava affiorando in lei, il che poteva significare soltanto una cosa. Qualcosa
che Ade conosceva fin troppo bene e a cui avrebbe dovuto pensare subito.
D’altronde c’era un motivo se i mortali lo temevano e lo disprezzavano.
«Hai
perso qualcuno di recente?»
Iris gli rivolse un’occhiata micidiale. «Me lo chiedi anche?»
«Non
sono sempre aggiornato sui decessi dei mortali. È Thanatos a occuparsene.»
Si
pentì del tono noncurante che aveva utilizzato, specie nel momento in cui notò
il brillio negli occhi della ragazza che, ironia della sorte, divennero ancora
più chiari e belli.
Ade si
schiarì la voce. «Quel che volevo dire è che…»
«È che sei uno stronzo» lo interruppe amareggiata, «Ti limiti a emettere sentenze, come se noi mortali non valessimo nulla.»
Ade la
fissò senza batter ciglio. «Mi hai appena dato dello stronzo?»
Era
inusuale che i mortali lo facessero, specie con lui. In generale evitavano di
insultare le divinità guardandole dritto negli occhi, poiché equivaleva a bestemmiare
e, ancor peggio, a garantirsi una vendetta assicurata.
Che poi
tra di loro i Divini se ne dicessero ben di peggio, dando sfoggio a un
linguaggio tutt’altro che forbito, era un’altra faccenda.
Iris si sporse sul bancone verso di lui. «Sì. Ora cosa farai? Mi ucciderai?»
Speranza. Un’emozione latente che,
tuttavia, divampò fuori con la stessa ferocia con cui lo stava affrontando.
Ade
sollevò un sopracciglio. Possibile che una giovane ragazza come Iris volesse
morire?
«Non
giocare con me, mortale.»
Iris fece una smorfia risentita e gli voltò le spalle sbuffando.
Quel
movimento fu ciò che lo mandò in bestia, molto più dell’insulto con cui l’aveva
apostrofato e dei toni con cui l’aveva aggredito.
Nessuno
poteva permettersi di voltare le spalle a Ade se lui non aveva concluso la
conversazione. Aveva spedito gente nel Tartaro per molto meno.
Si alzò e in un battito di ciglia si teletrasportò di fronte a lei, dietro al bancone, ostruendole il passaggio.
Iris sussultò spaventata e balzò all’indietro per la sorpresa.
Ade la sostenne, afferrandola delicatamente per i polsi e impedendole di cadere. «Bada bene, mortale. Non sono esattamente un Dio magnanimo.»
Nonostante il timore reverenziale, Iris gli tenne testa. «Bugiardo. Quando avevi una moglie ti distinguevi per le tue buone azioni. Ma forse lo facevi solo per conquistarla.»
Gli
sfuggì un ringhio gutturale, le ombre crepitarono intorno a lui, le luci del
locale sfarfallarono.
Era la
collera del Dio della morte che divampava.
«Non
osare nominare Persefone.»
Strinse
la presa sui suoi polsi, pur senza farle male. Non era mai violento con le
donne, nemmeno nei suoi peggiori eccessi d’ira.
Solo
che Iris non lo sapeva e cercò di divincolarsi.
Inaspettatamente,
però, Ade la lasciò libera.
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