Capitolo 4 - Segni indelebili

Iris

Erano ormai le quattro del mattino quando Iris rientrò dal lavoro.
Fortunatamente non aveva incontrato Filippo ad aspettarla fuori dal La Rose. Doveva essere rimasto traumatizzato dall’incontro con il Dio della morte. Sebbene i Divini vivessero da diversi anni in mezzo ai mortali, non capitava tutti i giorni di ricevere minacce dirette da parte di Ade.

Ade.

L’aveva fatto infuriare e non aveva nemmeno capito il motivo. O meglio, era consapevole di aver toccato un nervo scoperto menzionando Persefone, ciononostante era più frustrata che spaventata. Lui non aveva nessuno diritto di prendersela se lo detestava, casomai era il contrario: era il minimo che potesse aspettarsi dopo quel che aveva fatto alla sua famiglia. E pensare che aveva finto di non saperne nulla, proprio lui, un Dio!

Iris infilò la chiave nella toppa, poi prese a spallate la porta per costringerla ad aprirsi con un cigolio sinistro che riecheggiò nell’androne delle scale. Quando alla fine si spalancò di colpo, cadde di schianto sugli scatoloni sparsi qua e là che costellavano l’ingresso del minuscolo appartamento.
«Ouch!»

«Ma che succede?»

Dei passi affrettati precedettero l’arrivo di Elena, sua coinquilina e migliore amica. Aveva i capelli biondi tutti arruffati e le palpebre gonfie che lasciavano intravedere a malapena gli occhi verdi. Giustamente alle quattro del mattino stava dormendo.
«Iris! Sei impazzita?» sbottò con voce impastata dal sonno. «Ti pare il caso di fare un baccano simile a quest’ora? Mi hai fatto prendere un infarto!»

«Scusa, hai ragione» bofonchiò rimettendosi in piedi e gettandosi i lunghi capelli dietro le spalle. «È colpa di questa maledetta porta che s’incastra sempre!»

Elena la fissò con un fastidio tale che Iris temette che l’avrebbe sbattuta fuori di casa, giusto per farle trascorrere la notte nell’androne del palazzo. Invece si limitò a imprecare a bassa voce e a tornarsene in camera.

Tirò un sospiro di sollievo. Assestò un calcio a uno scatolone, lanciandolo in fondo al corridoio, e sgattaiolò nella propria stanza.
Detestava quell’appartamento, era talmente piccolo che lei ed Elena ci stavano a malapena. Tuttavia era l’unica parvenza di abitazione che potessero permettersi; anzi, Iris doveva ringraziare l’amica che aveva deciso di condividerlo con lei per aiutarla nelle spese e, soprattutto, per non lasciarla sola in seguito a quel che era successo.

Dopo che la sua vita era cambiata inesorabilmente.

Se ci pensava le veniva da piangere, così si sforzò di scacciare i pensieri intrusivi dalla propria testa indirizzandoli sull’odio che provava per il Dio della morte.
Maledetto Ade.
Non l’aveva mai incontrato prima di quella sera e non immaginava che fosse così…Così bello.
Affascinante.
Magnetico.
Seducente.

“Ok basta, sei patetica Iris”.
Scrollò la testa per ritrovare un minimo di contegno.
Però non era tutta colpa sua: il Dio della morte era talmente schivo e riservato da impedire a chiunque di immortalarlo – al contrario delle altre Divinità che vivevano e godevano delle attenzioni altrui – e di rado si faceva vedere in giro. Si diceva che fosse estremamente difficile incontrarlo persino nel suo famoso locale, il Nevernight, dove la gente si recava apposta per stipulare patti con lui.
Si era ammorbidito un poco durante il matrimonio con Persefone, ma dopo essere stato lasciato pareva essersi nuovamente indurito. Ed eclissato.

La notizia della loro separazione era trapelata nonostante la riservatezza di Ade, tuttavia i dettagli erano talmente scarni che le speculazioni erano degenerate: Persefone aveva tradito Ade ed era scappata con l’amante, Persefone era stata rinchiusa dalla madre Demetra che non aveva mai accettato il suo matrimonio con il Dio della morte, Ade aveva ucciso Persefone e fingeva che lei l’avesse lasciato…I mortali sapevano essere molto fantasiosi.
Iris non aveva idea di quale fosse la verità e nemmeno se l’era domandata. Era disinteressata alla vita sentimentale di Ade, anzi, era sempre stata disinteressata ad Ade stesso…Almeno fino a quando lui aveva invaso la sua vita, stravolgendola nel modo peggiore possibile.

A quel ricordo si sentì mancare il fiato. Stava per avere un attacco di panico.
L’ennesimo.
Si portò le mani al petto, spaventata. Poco importava che accadesse di continuo da due mesi a questa parte, ogni volta credeva di morire. Quella notte più che mai, però, voleva evitarlo perché se fosse morta avrebbe rivisto Ade direttamente nell’Oltretomba. Dubitava che si sarebbe rivelato clemente con lei dopo il primo, disastroso, incontro.

Cercò di fare il pieno di ossigeno, ma invano. I pensieri sul Dio della morte non aiutavano certo a rilassarsi. Iris chiuse gli occhi e si rannicchiò sul pavimento.

«Respira.»
La voce calma e confortante di Elena fu un balsamo per la sua anima.

Iris sollevò le palpebre e mise a fuoco la figura dell’amica, sempre in pigiama e con i capelli arruffati. Le teneva una mano sulla schiena, adesso gli occhi verdi erano vigili e concentrati.

«Fai come me» mormorò respirando con lei e aiutandola a ritrovare una parvenza di calma.

Nonostante il panico, Iris seguì il suo esempio e lentamente tornò a respirare. Aveva ancora un po’ il fiato corto, ma nulla d’insopportabile rispetto a un attimo prima.

«Va meglio?» domandò Elena quando la vide in grado di sollevarsi dal pavimento.
Iris annuì.
«Vado a prepararti una tisana.»

Non provò a fermarla né a dirle di tornare a letto visto che erano le quattro e il mattino dopo aveva lezione presto all’università: non l’avrebbe ascoltata. Elena si prendeva cura di lei da sempre, in particolar modo dopo il fattaccio
Quello che aveva lasciato Iris completamente sola al mondo.
La morte dei suoi genitori.

Chiuse gli occhi e, suo malgrado, tornò con la mente al giorno in cui la telefonata della polizia di Nuova Atene le aveva cambiato la vita, comunicandole che i suoi genitori erano morti in un tragico incidente durante un’escursione sul Monte Olimpo.
Dimitri e Katerina erano degli autentici cultori del trekking ad alta quota e ogni anno, in quel periodo, si recavano sulle vette dell’amatissimo massiccio greco cui erano molto devoti per via della sede divina che troneggiava sulla sua vetta più alta, il Mytikas. Più volte Iris aveva fatto notare ai genitori quanto il legame che sostenevano di avere con quel luogo fosse assurdo visto che gli Dei vivevano in mezzo ai mortali alla stregua di celebrità.

Stavolta, però, erano scomparsi. A dare l’allarme era stato Giorgios, guida turistica e amico di vecchia data di Dimitri e Katerina, i quali si affidavano a lui per l’organizzazione dei dettagli delle loro escursioni. Non vedendoli tornare alla base, li aveva cercati in lungo e in largo prima di dare l’allarme; salvo, poi, scoprire, che una frana li aveva travolti occultandone i cadaveri. I cani molecolari erano stati molto utili in tal senso.

«Stavi pensando a loro?» chiese Elena in tono dolce, posandole davanti una tazza di tisana fumante. «Ti si legge in faccia.»

Iris strinse le labbra e provò a bere un piccolo sorso, scottandosi. Sospirò.
Il giorno della telefonata, era stata Elena a trovarla semicosciente e in lacrime sul pavimento. Sua madre, l’agente Irene Alexiou, Ispettore Capo di Nuova Atene, doveva averla allertata non appena la notizia della morte dei genitori della sua migliore amica aveva raggiunto il commissariato. Ciò aveva rappresentato per Iris l’ennesima, dolorosa, conferma che tutta quella storia non fosse solo un incubo.

«Ho incontrato Ade, stanotte» proruppe all’improvviso.
Elena si bloccò. Corrugò la fronte, sorpresa.
«Al La Rose» puntualizzò. «Era con Afrodite.»

La sua migliore amica pareva più confusa che mai. «Hai visto Ade» ripeté.
Era comprensibile che la notizia la stupisse più del fatto che Iris l’avesse menzionata proprio nel bel mezzo di un momento di fragilità: l’aspetto di Ade era sconosciuto alla maggior parte dei mortali e, per questo motivo, li incuriosiva oltremodo.

Nei due mesi trascorsi dalla morte dei genitori, Iris si era chiesta spesso se Dimitri e Katerina l’avessero visto nel momento in cui avevano abbandonato le spoglie mortali: alcuni sostenevano che Ade si recasse personalmente ad accogliere le anime dei defunti che avrebbero attraversato la soglia del suo regno – l’Oltretomba −, ripristinando quell’antica usanza quando si era sposato con Persefone.

«E…Ti sei fatta un tatuaggio in suo onore perché…?» proseguì titubante l’amica.

Iris aggrottò la fronte, guardandola come se fosse impazzita. «Un tatuaggio?»

Elena si avvicinò per sollevarle delicatamente il polso − laddove il Dio della morte l’aveva afferrata – e girarlo affinché potesse vedere con i propri occhi il piccolo bidente che aleggiava sulla parte interna del suo polso.
Uno dei simboli di Ade.

Iris rimase impietrita a fissare il marchio che spiccava sulla sua pelle candida. Pareva sbeffeggiarla nella sua sfrontatezza.

«Merda» sibilò.

 

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