Le
guance le andarono a fuoco al ricordo delle proprie parole, tant’è che dovette
interrompersi dal mettere il mascara. Il suo riflesso nello specchio le
restituì uno sguardo corrucciato e colmo d’imbarazzo per sé stessa.
Perché
diamine gli aveva posto quella domanda? Non doveva stupirsi se Ade le aveva
risposto con un sorrisetto compiaciuto: “Per farmi guardare in quel modo da
te”. Poi era scomparso nell’oscurità del Nevernight. Iris non ci credeva,
anzi, pensava addirittura di averlo interrotto durante qualche attività di
sollazzo con qualche bella ninfa. E non avrebbe saputo dire il motivo per cui
l’idea la infastidisse.
Era
stato più forte di lei sbottare, anche perché era stato pressoché impossibile
non fissargli i muscoli definiti e pallidi per tutto il tempo della
conversazione che avevano avuto nel suo ufficio.
“Fatti
trovare qui mezz’ora prima dell’apertura del locale…
…Perché
lo dico io. E perché hai il mio marchio”.
Con un
ringhio sommesso riprese a truccarsi. Che le piacesse o no, Ade aveva ragione:
finché portava il suo marchio non poteva sfuggirgli. Non in eterno, almeno.
E
poiché l’aveva invitata al suo locale, tanto valeva andarci con un
abbigliamento consono. A nulla sarebbe valso presentarsi in tuta se non a farsi
notare di più; quanto al Dio della morte, probabilmente se ne infischiava del
look che decideva di sfoggiare.
La
porta del piccolo bagno si aprì ed Elena comparve sulla soglia. Si bloccò
quando la vide. «Wow! Stai uscendo?»
Iris annuì
scontrosa, per nulla sorpresa dal suo entusiasmo. Da quand’erano morti i suoi genitori
aveva a malapena messo il naso fuori di casa e solo per recarsi in università,
a fare la spesa e al lavoro. Avendo perso quest’ultimo, le possibilità di avere
interazioni sociali erano notevolmente diminuite ed ecco spiegato il sollievo
di Elena nel vederla agghindarsi dopo mesi di felponi e jeans.
«Avevo
capito che Afrodite ti avesse licenziata.»
Iris annuì di nuovo, richiudendo il mascara con un piccolo scatto. «Infatti.»
«Allora dove te ne vai così bella preparata? L’unico posto per cui ti truccavi era il La Rose.» D’un tratto Elena andò in fibrillazione. «Con chi esci?»
Lei mantenne l’espressione indecifrabile mentre si frizionava i lunghi capelli castani ondulati. «Vado al Nevernight.»
«Al Nevernight? Come hai fatto? C’è una lista d’attesa lunga mesi, come…?» S’interruppe e notò l’esitazione di Iris nel proseguire. «Aspetta…Con chi hai detto che ci vai?»
«Non l’ho detto.»
Seguì un silenzio carico di attesa.
«E?»
«Cosa?»
«Me lo dici o no con chi esci?»
«Con nessuno.» Le rivolse un sorrisetto sornione attraverso lo specchio. In fondo non era una bugia.
Elena non ci cascò. Si puntò le mani sui fianchi. «In che senso? Non hai un appuntamento?»
Le sfuggì una risata sprezzante. «Al Nevernight? Per carità!»
«C’è chi ucciderebbe per andarci almeno una volta. Io, per esempio.»
Iris si morse la lingua. Quella sera avrebbe voluto l’amica al proprio fianco più di qualunque altra cosa al mondo, ma aveva il dubbio che il favore concessole da Ade non le permettesse di portare qualcuno con sé. Inoltre ancora non sapeva con quale scopo l’avesse convocata.
Elena se ne accorse e corrugò la fronte. D’un tratto parve capire. «Oh…No.» Scosse la testa, come a voler scacciare un brutto pensiero. «Non dirmi che è ciò che temo.»
«Sarebbe a dire?» chiese con finta nonchalance.
«Ha a che fare con il marchio di Ade che porti sul polso?» La fissò. «L’hai incontrato! Per quello vai al Nevernight.»
Iris sollevò gli angoli della bocca in una smorfia tirata. «Essere tua amica richiede un bassissimo dispendio di energie, visto che capisci tutto da sola.»
«Quindi è così? Sei andata dal Dio della morte? Cioè, tu hai visto Ade?!»
Annuì.
Dal susseguirsi repentino di espressioni sul viso di Elena, era ovvio che avrebbe voluto farle un milione di domande. Alla fine optò per quella più ovvia e banale. «Lui com’è?»
“Un manzo da paura. La parola divino è stata inventata pensando a lui, poco ma sicuro” avrebbe voluto rispondere Iris. Invece si schiarì la voce e fece spallucce. «Un tipo.»
Elena incrociò le braccia al petto e sollevò un sopracciglio, squadrandola con la miglior espressione da non ci casco, mia cara. «Un tipo, eh?»
Uscì dal bagno senza degnarla di uno sguardo. «Sì, un tipo. Adesso scusa, devo andare» borbottò afferrando la giacca e affrettandosi verso la porta.
«Scappa, scappa. Dovrai pur tornare, prima o poi» sorrise Elena osservandola fuggire.
Scampata
all’interrogatorio dell’amica, Iris s’incamminò verso il Nevernight e,
una volta che fu di fronte alla porta sigillata esitò. Mancava circa mezz’ora
all’apertura, proprio come aveva ordinato Ade, e una discreta coda di
potenziali clienti si stava già formando nello spiazzo antistante il locale.
Iris si
succhiò il labbro, poi si avvicinò e d’un tratto si ritrovò all’interno dell’elegante
ingresso che aveva avuto modo di varcare poche ore prima. Inarcò la fronte,
sorpresa. Ci era riuscita, era dentro.
Fece
appena in tempo a sfilarsi la giacca e domandarsi da che parte andare, che Ade
le comparì davanti facendola sobbalzare.
«Buonasera Iris.» L’afferrò per il braccio prima che cadesse all’indietro e stiracchiò un sorriso pigro. «È l’emozione di rivedermi?»
Lei si schermì subito. Mannaggia a lui e al teletrasporto! «Sono qui come da accordi. Adesso mi dici che razza di patto vuoi stringere con me?»
Ade affilò lo sguardo, ma non lasciò trasparire la benché minima emozione. La scrutò dalla testa ai piedi. «Sei molto elegante.»
Suo malgrado, avvampò e si detestò per questo. «Il tuo locale non è famoso per essere una bettola.»
«No, infatti. Ciononostante non pretendo che i miei dipendenti ostentino le proprie grazie per attirare un maggior numero di clienti come, invece, richiede Afrodite.» La inchiodò con lo sguardo ossidiana. «Non ne ho alcun bisogno. Avrai notato anche tu la folla che si sta assiepando qui fuori.»
Annuì distrattamente. Poi batté le palpebre, riflettendo sulle sue parole. «Fermo, aspetta…Hai detto dipendenti?»
«Sei stata licenziata dal La Rose.» Ade sostenne il suo sguardo. «Quindi ti assumo io.»
«Cosa?»
«Credevo che avessi bisogno di lavorare.»
«Sì, ma…»
«Sostieni che Afrodite ti abbia congedata a causa mia, no?»
Annuì e
aprì la bocca per ribattere.
Ade,
però, glielo impedì. «Molto bene, allora benvenuta al Nevernight. Ti sei
appena guadagnata un mese di prova come barista al bancone.»
Iris corrugò la fronte. «Mi hai marchiata per questo? Per assumermi?»
«Lascia stare il motivo per cui ti ho marchiata» disse, sventolando una mano come a voler scacciare una mosca fastidiosa. Le voltò le spalle, incamminandosi verso la sala principale del Nevernight.
«Come lascia stare?! Tu non…»
«Iris.»
La voce
baritonale del Dio della morte l’ammutolì tanto quanto lo sguardo perentorio
che le scoccò da dietro la spalla.
«Hai
perso i tuoi genitori e hai bisogno di lavorare. Permettimi di aiutarti senza
lamentarti troppo.»
Sentirlo menzionare la sua situazione le provocò una fitta di dolore che, però, si rifiutò di mostrare. «Avevi parlato di un patto» insisté serrando i pugni.
«Cos’è un contratto lavorativo se non un patto siglato da due persone?»
«Primo:
non firmato alcun contratto…»
Ade
ammiccò verso il simbolo del bidente impresso sulla sua pelle e Iris digrignò i
denti.
«…Secondo,
io sono una persona. Tu sei un Dio. C’è un certo squilibrio di potere,
non trovi?»
«Perché, Afrodite cos’era?»
Colpita
e affondata.
Iris
sbuffò. «E va bene.» Lo seguì controvoglia, perché che le piacesse o no aveva
davvero un disperato bisogno di lavorare. Altrimenti come avrebbe fatto a
mantenersi, a vivere? Non poteva sempre contare sull’aiuto di Elena.
Soffocò
un sorriso trionfante quando lei lo seguì.
La
condusse nella sala principale del Nevernight, dove troneggiava un
elegante bancone di marmo nero e lucido. Alcune ninfe minori che lavoravano per
Ade erano già intente a lucidare i bicchieri e a preparare tutto il necessario
per la serata. Sollevarono lo sguardo quando lo sentirono fare il suo ingresso,
dopodiché gli rivolsero un rispettoso cenno con la testa. «Lord Ade.»
Ricambiò il saluto, ma fu la reazione di Iris ad attirare la sua curiosità. Sebbene si trovasse alle sue spalle, non gli fu necessario voltarsi per cogliere la sua espressione: la percepì distintamente. Si voltò per affrontarla. «Qualcosa non va?»
«No. Niente» borbottò.
Ade alzò gli occhi al cielo, come se avesse a che fare con una bambina capricciosa. «Iris.»
I grandi occhi grigi della mortale saettarono verso di lui.
«Ti ricordi, vero, che posso riconoscere le menzogne a chilometri di distanza?»
«Ah già.»
“Fregata”. Sorrise un po’ di più vedendola incrociare le braccia al petto a disagio, come se fosse stata colta sul fatto. «Quindi?»
Sbuffò. «Vuoi farmi lavorare con le ninfe? Davvero?»
Ade sollevò il sopracciglio, genuinamente perplesso. «Qual è il problema?»
«Sono ninfe!» Dinanzi al suo sguardo incerto, emise un verso esasperato. «Hai presente di cosa voglia dire lavorare al loro fianco? Io sono una banalissima mortale!»
Una
banalissima mortale:
insicurezza.
Mantenne
lo sguardo imperscrutabile per una manciata di secondi, poi lo distolse da lei
e decise di ignorare il suo commento. «Vieni, ti do qualcosa di più
appropriato.»
Le
fornì una divisa identica a quella degli altri membri dello staff, costituita
da camicetta e pantaloni neri, eleganti.
«I
capelli puoi portarli come preferisci. Tutte le donne che lavorano per me sono
protette e tutelate da qualsivoglia forma di…Fastidio procurato da
clienti inopportuni. Ad ogni modo non esitare a chiamare la sicurezza, se ti
senti a disagio o in difficoltà.»
Iris lo guardò per la prima volta senza fulminarlo da quando si erano incontrati. «Oh. Grazie.»
Stupore. Era chiaro che non si aspettasse
quel genere di trattamento.
Ade
sorrise impercettibilmente. «Più tardi discuteremo del contratto…E del patto
legato a quel marchio.»
Stavolta assentì senza protestare, poi si strinse al petto la divisa. «Dove posso cambiarmi?»
Esitò un attimo. Al Nevernight lavoravano soltanto ninfe e creature mitologiche, perciò non c’erano dei veri e propri stanzini adibiti al personale. «Puoi andare nel mio ufficio.»
Corrugò la fronte, sospettosa.
Ade sospirò. «Non ho bisogno di certi giochetti per vederti nuda. Su, vai a indossare la divisa e raggiungi la tua postazione, da brava» la punzecchiò allontanandosi con un ghigno.
Sebbene
la serata avesse assunto una piega differente da quella che si era aspettata
recandosi al Nevernight, Iris si trovò bene a lavorare per Ade.
Certo,
le ninfe che stavano con lei dietro al bancone erano inquietanti per
quant’erano belle e algide, tuttavia le fornirono le indicazioni necessarie a
raccapezzarsi in fretta. Inoltre, a giudicare da come la trattavano i clienti che
erano riusciti ad affluire nel locale, doveva essersi integrata bene al punto
da confondersi tra di loro: erano tutti molto riguardosi, non indugiavano
troppo a fissarla. D’altronde era risaputo che Ade pretendesse rispetto per le donne.
Iris
gettò una rapida occhiata verso il piano di sopra, dove si trovava il suo
ufficio: chissà dov’era finito il Dio della morte, non l’aveva più visto dopo
che le aveva dato la divisa da indossare.
Ad ogni modo filò tutto liscio, almeno fino a quando un avventore dall’aria arrogante, una fisicità imponente e occhi azzurri come il mare s’impose di fronte a lei, appoggiandosi al bancone con entrambe le braccia come se fosse il padrone del locale. Le rivolse un’occhiata deliberatamente sfrontata, squadrandola dalla testa ai piedi. Poi si passò una mano fra i capelli biondi e sorrise lascivo. «Beh? Non mi dai da bere?»
Iris s’irrigidì dinanzi al tono maleducato. «Prima dovrei sapere che cosa vuoi.»
«Dicono
che tu sia imbattibile a preparare i Manhattan. Fammene uno, va.»
Studiò
ogni suo movimento, incuriosito e vagamente deliziato. Mai nella vita avrebbe
pensato di sentirsi grata ad Ade per averle concesso una divisa.
«Credevo
di trovarti al La Rose, piccola mortale. Iris, giusto?» Rise di gusto
quando le scappò il bicchiere di mano. «Immagina la mia sorpresa quand’ho
saputo che lavori nel locale di mio fratello.»
«Come
sai il mio…» Si bloccò. «Tuo fratello?»
Lo
studiò a fondo. E finalmente comprese.
Aveva
visto abbastanza raffigurazioni di Zeus per sapere che quello che aveva davanti
non era il re degli Dei, bensì il fratello di mezzo della triade olimpica.
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