La Regina Bianca e il resto della comitiva rimasero basiti dinanzi all'improvvisa rabbia manifestata da Alice, di solito così dolce e incline alla pacatezza. Il loro stupore accrebbe nel vederla trascinare via con sé il Cappellaio quasi fosse un bambolotto anziché un essere umano.
Lui non
pose la benché minima obiezione o resistenza mentre la fanciulla lo strattonava
con una certa forza, probabilmente per il timore di scatenare un ulteriore
ondata d'ira.
Mai provocare una bionda infervorata!
«Ci siamo
persi qualcosa?» domandò con un filo di voce Pincopanco.
«Qualcosa
persi ci siamo?» gli fece eco Pancopinco.
Bayard
corrugò la fronte canina e scambiò una rapida occhiata con la Regina Bianca.
Tossicchiò e borbottò una parvenza di risposta: «Diciamo che da quando Alice è
tornata a Sottomondo lei e Tarrant hanno avuto qualche problemino
di...Comunicazione.»
«Comunicazione?»
squittì il Ghiro Mallymkun sfoderando la sua piccola spadina, cui era
particolarmente legato. Alle loro spalle uno sbuffo di scherno li fece
ammutolire.
«Sii
onesto, mastino: il tuo padrone ha qualche rotella fuori posto e il suo
caratteraccio sta rasentando il bipolarismo perché gli scoccia vedere Alice con
me» cantilenò Nate in tono provocatorio. Non si poteva dire che non fosse
sincero o che non avesse l'occhio lungo.
La sua
arroganza non piacque affatto a Bayard, che si voltò verso di lui emettendo un
ringhio sommesso. Rizzò il pelo e gli mostrò i denti, cosa che faceva solo
quando si sentiva particolarmente offeso. «Tarrant non è il mio padrone: da
quando Alice ha sconfitto la Regina Rossa posso affermare di essere un cane
libero. Tarrant è l'amico più caro che abbia ed è cosa nota che gli manchi
qualche rotella» asserì in tono fermo. Affilò lo sguardo, facendo rabbrividire
Nate, e continuò: «Sempre meglio un pazzo onesto che un corrotto presuntuoso
come te, comunque.»
«Via,
plachiamo gli animi, miei cari amici. Ci pensano già Alice e Tarrant a
mantenere alta la tensione» s'interpose fra loro la Regina Bianca sfiorando la
nuca di Bayard con una dolce carezza.
Il mastino s'acquietò all'istante e lei sorrise scoccando un rapido sguardo in
direzione di Nate. «D'altronde il nostro giovane ospite dice in parte il vero
su Tarrant» aggiunse strizzandogli l'occhio.
Suo
malgrado Nate si sentì tremendamente in imbarazzo, il che non gli accadeva mai.
«Certo,
mia regina. Sappiamo tutti che il Cappellaio è il più matto dei matti, ma
questo non gli dà il diritto di...» ringhiò Bayard.
«Non mi
riferivo al fatto che Tarrant sia matto» lo interruppe la Regina Bianca con un
mormorio appena percettibile.
Nate
comprese su cosa gli desse ragione e trattenne a stento una risata.
La Regina
si voltò verso il gruppetto appena giunto al castello e batté le mani per
richiamarne l'attenzione. «Su su, venite dentro a rifocillarvi! Avete
intrapreso un lungo viaggio e meritate un adeguato riposo.»
Tutti
obbedirono, tranne Nate che rimase immobile per qualche istante a fissare il
punto in cui Alice e Tarrant erano spariti. Avvertì una sensazione sgradevole
alla bocca dello stomaco, una sensazione che aveva imparato a riconoscere
distintamente da quando Alice era rientrata della sua vita: la gelosia.
***
Alice
trascinò di peso il Cappellaio fino a raggiungere un corridoio isolato
abbastanza da non essere uditi da orecchie indiscrete.
Perché avrebbero urlato, Alice lo sapeva.
O, almeno, lei avrebbe urlato. Poco ma sicuro.
Era talmente frustrata, talmente arrabbiata con Tarrant...Non
ne poteva più del suo atteggiamento, la stava conducendo all'esasperazione.
Visto che non era mai stata il tipo da girare intorno alle cose aveva deciso di
affrontarlo a muso duro, che gli andasse o meno.
A giudicare dalla sua espressione corrucciata Tarrant non era dello stesso
avviso, ma non le importava. Avrebbero parlato, fine della storia.
Il
Cappellaio cercò più volte di puntare i piedi come un bambino per opporre un
barlume di resistenza, ma contro ogni aspettativa lei dimostrò di essere dotata
di una forza sovrumana!
Che fosse merito della rabbia o no, di fatto Tarrant non riuscì a sottrarsi
alla sua marcia.
«Ora basta, Alice, fermati!» sbottò.
Inaspettatamente
obbedì. Gli lasciò il polso e si voltò a fronteggiarlo, l'ira che le incendiava
gli occhi. «Detto fatto, Cappellaio dei miei stivali, ma solo perché avevo già
deciso di fermarmi!»
Lui si
sistemò gli orli della giaccia, fingendosi più infastidito di quanto realmente
fosse per le pieghe che gli aveva causato.
«Non
sperare d'impietosirmi con quella faccia offesa! Guardami una volta per tutte,
perché ti avverto che non ho intenzione di tollerare ulteriori mancanze di
rispetto da parte tua!» strillò.
Tarrant
strabuzzò gli occhi, ma si ricompose subito per non darle la soddisfazione di
averlo colto alla sprovvista con quella minaccia neanche troppo velata.
«Dimmi pure» soffiò con voce volutamente misurata.
«Dimmi
pure? DIMMI PURE? È da quando sono arrivata che
continui a trattarmi con sufficienza, mi dai risposte enigmatiche, non vuoi
farmi capire cosa sta accadendo a Sottomondo...Perché sta accadendo qualcosa,
non puoi negarlo! Forse nutri anche dei sospetti, ma non vuoi condividerli e
non capisco il motivo visto che comincio a pensare che la questione mi riguardi
in prima persona!»
Tarrant
mantenne l'espressione imperscrutabile, addirittura annoiata.
«Cadi sempre nello stesso errore pensando che tutto ti riguardi, mia cara. Ciò
che sta succedendo a Sottomondo ti riguarda tanto quanto il mio atteggiamento
distaccato: PER NIENTE.»
Alice gli
puntò il dito contro e sfoderò un sorriso trionfante accompagnato da
un'espressione soddisfatta. «Aha! Ammetti di aver avuto un atteggiamento
distaccato!»
Tarrant
esitò, colto in fallo. «Cos...Io non...Non ho detto che...Non ho mai...»
La
fanciulla inarcò la fronte nell'istante in cui lui la corrugò, profondamente
offeso.
Alzò entrambe le mani in un gesto di stizza e fece per congedarla: «Credi ciò
che vuoi, Alice, non è più affar mio. Ed ora, se non ti dispiace...»
Nell'attimo
in cui si voltò per darsela a gambe, Alice lo ghermì per entrambe le spalle e
lo tirò bruscamente a sé. Fu così che andò a sbattere contro una porta appena
socchiusa, spalancandola con l'impatto dei loro corpi. Entrambi finirono
all'interno di un'anonima stanza da letto e, più precisamente, lunghi e distesi
sul pavimento. Tarrant si tirò su con uno scatto, ma lei non accennò a mollare
la presa.
«Sei
completamente impazzita? Lasciami!» sbraitò.
In tutta
risposta aumentò la stretta. «No! Ho detto che avremmo parlato e parleremo!»
«Parlare
non implica chiarire!»
Alice lo
ignorò. «Hai detto che ciò che credo non è più affar tuo! Quindi un tempo lo è
stato! Dunque ammetti che qualcosa è cambiato tra noi, ammetti che eravamo
amici!»
Tarrant
alzò gli occhi al cielo, esasperato. «Mi sono espresso male. Intendevo dire che
non è mai stato affar mio ciò che ti balena in quella testolina impertinente
che ti ritrovi! Va bene?»
«No!
Stiamo girando intorno al nocciolo della questione!»
«Sarebbe a
dire?» sbottò.
Alice lo
costrinse a voltarsi verso di lei mantenendo la presa sulle sue spalle. I
grandi occhi castani parvero intristirsi tutt'ad un tratto. «Quand'è che hai
smesso di volermi bene?»
Il Cappellaio rimase letteralmente senza parole. Dischiuse le labbra per
ribattere, ma lei lo precedette: «Anzi, riformulo la domanda: perché hai
smesso di volermi bene?»
Tarrant si
morse l'interno della guancia e chinò leggermente la testa per non incrociare
il suo sguardo ferito. Blaterò qualcosa, ma lo fece con voce talmente sommessa
che Alice non riuscì a sentirlo. «Come, prego?»
Il
Cappellaio sospirò e ripeté: «Cosa ti fa pensare che abbia smesso di volerti
bene?»
La
fanciulla si lasciò sfuggire una risatina nervosa. Si passò una mano tra i
folti riccioli biondi e scosse la testa. «Questa è bella! Sono giorni che non
mi guardi in faccia e mi chiedi anche cosa mi faccia pensare che tu...»
«Hai male
interpretato la mia domanda» la interruppe in tono grave.
Alice se
ne accorse e tornò seria. Aggrottò la fronte dinanzi all'espressione accigliata
di Tarrant.
«Ti ho
chiesto cosa ti fa pensare che io abbia smesso di volerti bene...Che in altre
parole significa: cosa ti fa pensare che te ne abbia mai voluto?»
Alice
divenne rossa in viso un po' per l'imbarazzo e un po' per la rabbia che prese a
montarle dentro. «Non dire che non me ne hai mai voluto, Tarrant Altocilindro!
Non azzardarti ad affermare una blasfemia simile!»
«Perché
non dovrei, se è la verità?»
«No!»
«Sì.»
«No! Tu
non...Non...Tu vuoi soltanto confondermi! Stai cercando di farmi arrabbiare per
allontanarmi e tenere le distanze da me, ma non ne capisco il motivo! Eravamo
amici, dannazione, non smetterò mai di ripeterlo perché lo so! Sono
convinta che lo fossimo!»
«La
convinzione è una gran brutta bestia, Alice.»
«Un po'
come la gelosia, vero?» lo provocò.
Tarrant si
stizzì. «Gelosia?»
La rabbia
di Alice venne meno, lasciando il posto all'imbarazzo. «Ehm...Sì, Nate mi ha
fatto notare una cosa e...Sebbene io non fossi della sua stessa idea, non ho
potuto fare a meno di notare che forse non ha torto.»
«Tzé!
Nate! Mi sembrava strano che non lo avessi ancora nominato!» s'infervorò
oltremodo il Cappellaio. Si levò dalla sua presa, ma la fanciulla fu più veloce
e lo afferrò per il bavero della giaccia.
«Anche
questa tua reazione conferma la sua ipotesi!» asserì furente e imbarazzata,
purpurea in viso.
«Quale
ipotesi? Cos'avrà mai partorito quella mente geniale del tuo compagno?!»
Alice
aggrottò la fronte. «Smettila di chiamarlo così. Nate non è il mio compagno.»
Stavolta
furono le gote di Tarrant a tingersi di rosso per via dell'ira che lo stava
rapidamente invadendo. «Oh domando scusa, mademoiselle! Non volevo certo
screditarlo!»
Uno
schiaffo lo centrò in pieno viso, lasciandolo di stucco per un istante. Rimase
con il volto girato, ma incrociò ugualmente i grandi occhi castani della
ragazza che lo fissavano con...odio? Ottimo, missione compiuta Tarrant, pensò.
Allora perché si sentiva così male dentro?
«Sei...Sei
davvero un verme» mormorò Alice in preda alla rabbia. La voce le tremava,
proprio come la mano che l'aveva colpito e che era ancora sollevata a
mezz'aria. «Sei un verme schifoso. Ha ragione Nate a stupirsi del mio
sentimento per te; mi chiedo come abbia potuto anche solo pensare che provi
qualcosa per me» aggiunse con voce incrinata.
Tarrant
strabuzzò gli occhi e fece un passo nella sua direzione cercando di afferrarle
le mani. Stavolta Alice si ritrasse e lo spinse via.
«Alice,
io...» provò a dire il Cappellaio in tono completamente diverso da prima.
Lei evitò perfino di guardarlo, forse per nascondere le lacrime che presero a
scendere copiose lungo le sue guance.
Tarrant le afferrò i polsi e l'attirò a sé nel tentativo di farsi ascoltare.
«Alice, ti prego, guardami.»
«No!»
replicò a denti stretti mantenendo gli occhi rigorosamente serrati.
Il
Cappellaio si avvicinò al suo viso e scorse le lacrime. Sentì qualcosa
stringersi dentro, cosicché si ammorbidì ancora di più. «Alice, ti sto
implorando di ascoltarmi.»
«Io l'ho
fatto per tre giorni, invano.»
«Guardarmi
almeno.»
La
fanciulla continuò a rifiutarsi, cocciuta.
Tarrant sospirò profondamente e mormorò fra sé: «Maledetta ragazzina.»
Alice
sgranò gli occhi, piccata. «Maledetta ragazzina a me?!»
In un
impeto di rabbia si liberò dalla sua presa e lo spinse indietro. «Chi ti credi
di essere? Razza di...»
Non ebbe
il tempo di completare la frase perché il Cappellaio la riacciuffò al volo e,
cosa ancor più sorprendente, mise a tacere il suo sproloquio sul nascere
chinandosi su di lei e baciandola.
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