Capitolo 5 - L'inganno di un Dio

Ade

Era il giorno successivo all’incontro avvenuto con Iris al La Rose e Ade non riusciva a smettere di pensarla. Non tanto per una questione di instant love, sebbene fosse innegabilmente attraente, quanto perché l’aveva irritato oltremodo. Non solo l’aveva trattato con rabbia dopo che aveva allontanato l’insulso mortale che la tormentava – Filippo qualcosa −, ma anche e soprattutto perché si era permessa di menzionare Persefone e il suo rapporto con lei.
Come osava?
Quella ragazzina mortale non sapeva niente di lui né di ciò che aveva provato per la moglie.

Razza di stupida.
Di certo Poseidone le avrebbe fatto passare la voglia di ergersi a saputella.
Ade si pentì subito di quel pensiero, perché conosceva fin troppo bene il fratello per sapere che nessuno, nemmeno una mortale insolente, meritava il trattamento che il Dio del mare riservava alle creature di sesso femminile.

Sospirò, appoggiando i gomiti sull’elegante scrivania nera del suo ufficio al Nevernight e si passò le mani sul viso stanco.
Aveva percepito il dolore del lutto in Iris, il che giustificava in parte l’astio che aveva manifestato nei suoi confronti. Era piuttosto comune, per Ade, riscontrare quel tipo di sentimento nei mortali e di solito si guardava bene dal curarsene; non poteva combattere in eterno contro l’ignoranza degli uomini. E poi si era abituato da tempo ad essere temuto piuttosto che amato.

Si riavviò i lunghi capelli corvini e si teletrasportò nel proprio palazzo dell’Oltretomba per darsi una rinfrescata prima che le porte del Nevernight si aprissero per accogliere i mortali desiderosi di sballo e di stringere patti con lui.

Fece a malapena in tempo a recarsi nella sua sala da bagno personale, dove un’ampia vasca simile a una piscina occupava gran parte dello spazio, e a togliersi la camicia che percepì un cambiamento nel mondo mortale.
Rabbia.
Combattività.
Rancore.
Rapresse a stento un sorrisino.
La ragazzina mortale era arrivata prima del previsto.

Iris

«Non m’interessa che il locale è chiuso! Pretendo di vedere il tuo padrone!»
Non aveva idea da dove le uscisse tutta quella ferocia nell’affrontare niente poco di meno che un orco e poco importava che l’orrenda creatura la stesse fissando in cagnesco, probabilmente trattenendosi dal lanciarla via con una manata. Iris non aveva intenzione di desistere.
Doveva vedere Ade affinché rimuovesse il simbolo con cui l’aveva marchiata. Subito.

Puntò le mani sui fianchi, sentendosi più minuta che mai di fronte al bestione di due metri e passa che troneggiava dinanzi alla porta del Nevernight: il famoso locale di Ade di cui tutti, ma proprio tutti, a Nuova Atene bramavano di varcare le porte anche solo per una sera. La lista d’attesa era lunga mesi, la selezione all’ingresso severissima e veniva effettuata, per l’appunto, dagli orchi che lavoravano per il Dio della morte.
Oltre a essere noto nell’ambiente della vita notturna pura e semplice, il Nevernight era ambito poiché costituiva una delle rare occasioni, se non l’unica, d’incontrare Ade faccia a faccia e stringere un accorto con lui.
I patti con il Dio della morte erano pericolosi perché, se da una parte i mortali – mossi da disperazione o talvolta da mera avidità − cercavano di ottenere qualcosa d’irraggiungibile, dall’altra Ade rilanciava ponendo una posta in gioco che sfidava le debolezze della persona che si trovava davanti.
Ecco perché vinceva quasi sempre. D’altronde era un maestro nel percepire i punti deboli altrui.

Dal canto suo, Iris non era mai stata interessata al Nevernight e infatti si era recata lì qualche ora prima che aprisse proprio per risolvere la questione con il Dio della morte lontano dalla calca della vita notturna.
Sarebbe venuta anche prima, ma aveva avuto da fare all’università e, subito dopo, era stata convocata al La Rose per ricevere la notizia del suo licenziamento; non da parte di Afrodite, ovviamente, ma da un mortale prediletto dalla Dea dell’amore che gestiva il locale in sua assenza.
I motivi del suo congedo forzato erano misteriosi, tuttavia Iris era convinta che centrasse Ade. Di sicuro il Dio della morte aveva voluto punirla chiedendo ad Afrodite di toglierle il lavoro, perfettamente ignaro del danno che le stava causando.
Come se ultimamente non avesse già abbastanza a cui pensare.

«Vattene, mortale.»
Il tono impietoso dell’orco la destò dai propri pensieri. Sembrava stufo della sua presenza, come se la considerasse una mosca molesta da scacciare.

Iris serrò i pugni.
«No! Ti ho detto che voglio vedere…»

«Buongiorno Iris.»
La voce baritonale del Dio della morte anticipò la sua comparsa alle spalle dell’orco, che si scansò subito di lato in segno di rispetto.

«Mio signore. Stavo giusto dicendo alla signorina che il locale aprirà fra qualche ora, ma…»

«È una ragazzina impaziente, a quanto vedo» concluse Ade. «Grazie, Duncan. Ci penso io.»
Fece un rapido cenno del capo che la indusse a seguirlo.

Iris, però, non si mosse.
Non perché fosse intimorita, anzi, era piuttosto indispettita dal fatto che l’avesse chiamata ragazzina, ma…
Era a petto nudo.
Ade si era presentato di fronte a lei a petto nudo e niente avrebbe potuto prepararla alla perfezione del suo torace scultoreo. Delle ampie spalle. Dei pettorali definiti. Degli addominali che parevano scolpiti nel marmo.
Deglutì e di sicuro arrossì, perché avvertì le guance che le andavano a fuoco.

Ade girò la testa senza voltarsi, solo per scoccarle un’occhiata seccata. «Ti muovi? Non ho tutto il giorno.»

Irritata dal tono, Iris si ricompose e varcò la soglia del Nevernight.
Non ci era mai entrata prima, ma ne ammirò subito l’eleganza degli interni sebbene ebbe a malapena il tempo di guardarsi intorno. Ade, infatti, camminava a passo spedito dinanzi a lei.
Lo seguì a fatica, quasi correndo per stargli dietro. Nel frattempo, però, poté contemplarne i fasci muscolari della schiena che si tendevano in movimenti impercettibili a ogni spostamento delle braccia.
Era illegale possedere una schiena così.

Giunsero di fronte a una porta chiusa, nera come l’ossidiana. Era ovvio che il nero fosse il colore preferito di Ade, visto che era richiamato in gran parte dell’arredamento del Nevernight.
Nero come i suoi occhi.
Come i suoi capelli.
Come i pantaloni che gli avvolgevano sensualmente i fianchi stretti e le cosce tornite

“Piantala Iris!” si ammonì.
Entrò in quello che sembrava a tutti gli effetti un ufficio e si voltò verso di lui, che ora dava le spalle alla porta chiusa e la fissava con curiosità.
Proprio come avrebbe fatto un gatto con il topo prima di mangiarselo, pensò Iris con una punta di timore.
E di eccitazione.

«A cosa devo il piacere di questa visita?» chiese in tono suadente, trattenendo a stento un sorrisetto.

Iris lo smascherò subito, senza girarci intorno. «Lo sai perfettamente.»
Gli mostrò il polso, lì dove l’aveva marchiata.

Stavolta gli angoli delle belle labbra di Ade si sollevarono senza contegno. «Ops.»

«Ops?» inarcò la fronte con rabbia. «È tutto ciò che hai da dire?»

Ade si grattò febbrilmente la mandibola, poi annuì. «Sì.»

«Toglimelo, Ade!»

«No.»

«Perché no?»

Si avvicinò a lei con passi misurati, come un predatore pronto a balzare sulla preda.
Suo malgrado Iris arretrò verso il tavolo, sentendosi braccata: era nel suo territorio, a petto nudo…Ed era un Dio, per la miseria. Lei poteva strepitare e fare la dura quanto voleva, ma stava sfidando qualcosa che andava oltre la sua portata, lo sapeva. Eppure non le venne voglia di rinunciare alla propria causa.

Si fermò a un soffio da lei e le prese delicatamente il mento tra pollice e indice, inclinandole il viso affinché lo guardasse in faccia. «Hai osato nominare Persefone. Ti avevo detto che avresti scoperto come l’ho conquistata.» Indicò il simbolo del bidente che aleggiava sulla parte interna del suo polso. «Così.»

Iris corrugò la fronte e ripensò alle parole con cui l’aveva congedata la sera prima al La Rose: “Ti aspetto nel mio regno, ragazzina mortale”.

Gliel’aveva fatta. Lei si era recata al Nevernight – che di fatto faceva parte del suo regno – per cercarlo. «L’hai fatto apposta! Mi hai attirata qui con l’inganno!»

«Nessun inganno, ragazzina.» Un sorriso pigro s’impadronì della bocca di Ade, le cui dita lasciarono il suo mento. Tuttavia non si allontanò. «Ha funzionato meglio del previsto.»

Iris cercò di ritrarsi per frapporre un minimo di distanza fra i loro corpi, ma la scrivania alle sue spalle glielo impedì. «A che scopo?»

Le sopracciglia scure di Ade scattarono verso l’altro, conferendogli un’espressione vagamente divertita. «Fai un patto con me o sei mia.»

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